Governo Draghi, perché no. Troppi ministri riciclati e prime liti. Dov’è l’alto profilo?

11 minuti di lettura

Sarà forse perché da Mario Draghi ci si aspettava una rivoluzione nel segno della competenza, un qualcosa di straordinariamente sorprendente, un governo di altissimo profilo, termine per altro ripetutatamente sbandierato a più riprese nell’ultima settimana. Invece sembra proprio che la montagna alla fine abbia partorito il classico topolino. Perché la composizione del nuovo governo lascia l’amaro in bocca a chi si sarebbe aspettato ben altre scelte, altri nomi, altri profili.

Spezziamo una lancia in favore del nuovo premier che adesso dovrà ottenere la fiducia in Parlamento, dove sono naturalmente i partiti a dettare le condizioni: queste, del resto, sono le regole della democrazia parlamentare e Draghi non poteva certo sottrarsi al gioco dei compromessi e delle mediazioni. Che nella squadra sarebbero entrati ministri politici e che questi sarebbero stati il prodotto di un compromesso con le forze politiche, era scontato sin dall’inizio. Ma, come detto, forse ci si aspettava qualcosa di diverso.

Per ciò che riguarda la scelta dei ministri politici, salta subito agli occhi come per l’ennesima volta si sia fatto ricorso al tanto vituperato “manuale Cencelli”, sempre pronto ad essere tirato fuori dal cassetto e a rivelarsi lo strumento più idoneo per non far torto a nessuno. E che anche stavolta Cencelli l’abbia fatta da padrone è fuori discussione. Nemmeno uno come Draghi è riuscito a tirarsene fuori. E adesso in Parlamento cosa ci aspetta? Un tira e molla su tutto, con i partiti alleati nelle Istituzioni ma avversari nel Paese dove il consenso rimarrà fondamentale per le scelte che si andranno a fare? E il premier? Ricorrerà al Cencelli anche per misurare e bilanciare le concessioni fatte agli uni e agli altri? 

A sorprendere è stata soprattutto la nutrita presenza di ministri provenienti dal Conte 2. Sono ben nove infatti quelli riconfermati, anche se non tutti nei posti occupati in precedenza.
Ritroviamo così Luciana Lamorgese al ministero dell’Interno; Luigi Di Maio al ministero degli Esteri; Federico D’Incà al ministero per i rapporti con il Parlamento; Elena Bonetti al ministero per le Pari opportunità; Roberto Speranza al ministero della Salute; Stefano Patuanelli che dallo Sviluppo economico si trasferisce all’Agricoltura; Dario Franceschini al ministero della Cultura; Fabiana Dadone che dalla Pubblica amministrazione passa al ministero delle Politiche giovanili; Lorenzo Guerini al ministero della Difesa.

Alcuni analisti hanno parlato di un Conte-ter “mascherato” e qualcuno si è chiesto che senso possa aver avuto cambiare premier nel segno della discontinuità se poi il governo è rimasto in buona parte invariato. Come dar loro torto?

Fa discutere soprattutto la riconferma di Roberto Speranza al ministero della Salute quasi a voler dimostrare come in campo sanitario non ci saranno cambi di rotta rispetto alle politiche di contrasto alla pandemia portate avanti fino ad oggi. Gli italiani quindi non dovranno farsi illusioni, la musica non cambierà, anche perché Speranza è da sempre il nemico delle concessioni, il promotore della linea dura, il fautore delle restrizioni e dei lockdown. Ristoratori, commercianti, albergatori, titolari di palestre e impianti sportivi ringraziano sentitamente. C’è da augurarsi almeno che non si ripetano gaffe clamorose come le scelte dei commissari. 

Ma anche sugli altri ministri politici non mancano le perplessità. E’ sembrato quasi che Draghi abbia fatto una sintesi di tutti i governi che, dal 2008 in poi, si sono succeduti alla guida del Paese. I tre ministri di Forza Italia Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna provengono dall’ultimo governo Berlusconi, quello rimasto in carica dal 2008 al 2011 e caduto sotto i colpi dello spread; i tre ministri della Lega Giancarlo Giorgetti, Erika Stefani e Massimo Garavaglia, sono eredi del Conte 1, il governo sostenuto da Lega ed M5S che si è rivelato un fallimento. Ed infine c’è il ritorno di Andrea Orlando già ministro nei governi Letta, Renzi e Gentiloni.

Ad unire tutti i ministri, al di là dei partiti di provenienza, c’è soltanto la comune matrice moderata ed europeista, compresi quelli della Lega che sono stati pescati nella corrente cosiddetta del nord, ovvero quella precedente all’avvento del salvinismo e quindi estranea alla stagione sovranista; mentre sono stati tenuti ben lontani dal nuovo esecutivo tutti quelli che negli ultimi anni hanno incarnato l’anima più oltranzista ed euroscettica del Carroccio. Si tratta inoltre di ministri accomunati da una comune vicinanza al nuovo premier, persone quindi di cui Draghi si può sinceramente fidare.

Ma non a caso Salvini nelle ultime ore ha già avuto modo di bocciare tanto la riconferma della Lamorgese che quella di Speranza: è ovvio che dopo aver “digerito” la svolta europeista e filo-Draghi impressa da Giorgetti, il leader leghista tenga comunque un occhio ben aperto in direzione degli elettori che non hanno affatto apprezzato la svolta e che minacciano di traslocare armi e bagagli nel partito della Meloni, rimasta all’opposizione.

Va poi riconosciuto che i ministeri essenziali, quelli cioè che saranno chiamati a gestire la partita del Recovery Plan e le conseguenti riforme ad esso collegate, sono affidati a tecnici di comprovata fede draghiana; Vittorio Colao (Innovazione tecnologica); Daniele Franco (Economia), Roberto Cingolani (Ambiente e transizione ecologica). Così come sono tecnici Enrico Giovannini (Infrastrutture e Trasporti), Patrizio Bianchi (Istruzione), Cristina Messa (Università), Marta Cartabia (Giustizia), tutti settori dove il premier intende imprimere una discontinuità rispetto al passato e dove è necessario far dimenticare le fallimentari politiche targate Bonafede, Azzolina, De Micheli ecc.

Alla fine insomma l’immagine che ne esce è quella di un governo di “medio profilo”, che nella componente politica sa tanto di riciclo. Ma come detto probabilmente Draghi non poteva fare diversamente, era il prezzo da pagare per avere quell’ampia base parlamentare che fino a qualche settimana fa sembrava un’utopia. Perché nessuno avrebbe mai scommesso su un governo composto da ministri del Pd, della Lega e di Leu, passando per Forza Italia e i 5 Stelle, facendo cadere veti che sembravano insormontabili.

Ora non resta che giudicare il nuovo esecutivo dai fatti, dai risultati e dagli obiettivi che raggiungerà. Draghi è sicuramente una garanzia, e i partiti sanno perfettamente che questa è anche per loro una sorta di “ultima chiamata” se vorranno ancora avere uno scampolo di credibilità in un’opinione pubblica che considera sempre di più i politici inconcludenti, incompetenti, incapaci di affrontare le reali emergenze del Paese, e bravi soltanto a mantenere le poltrone. Tutti, se vorranno riguadagnare consenso e fiducia, dovranno sperare nel successo dell’operazione Draghi e fare in modo che ne siano protagonisti: ognuno dalla loro prospettiva, ma con la consapevolezza che in gioco c’è l’interesse del Paese che viene prima di ogni polemica politica.

Ma come la metteranno con i temi cosiddetti divisivi? Immigrazione, fisco, politica estera? Tutti i partiti si sono “formalmente” impegnati a concentrare l’attenzione soltanto sui temi di interesse generale, ma il mondo non è che si fermerà per consentire al governo di unità nazionale di lavorare senza problemi: gli immigrati continueranno a sbarcare, le tasse dovranno continuare ad essere pagate, le tensioni fra Stati Uniti, Russia e Cina potrebbero precipitare: tutti processi che dovranno essere governati. E allora sarà davvero interessante vedere quanto i partiti saranno disposti a rinunciare alla loro buona dose di propaganda e quanto Gelmini e Di Maio potranno intendersi in fatto di rapporti fra Usa e Cina, o Giorgetti e Speranza potranno incontrarsi su abbassamenti delle tasse, chiusure dei porti e i nuovi lockdown già invocati dal consulente Ricciardi. Un anno, questo il tempo stimato di sopravvivenza del governo Draghi (in attesa dell’elezione al Quirinale dell’attuale premier), è comunque un periodo troppo lungo per sperare che le contraddizioni non spuntino.

Forse è stata proprio l’eccessiva fiducia riposta nelle capacità di scelta e di sintesi dell’ex presidente Bce a far maturare negli italiani la consapevolezza di un governo autorevole, capace di andare oltre la riproposizione di vecchi nomi e di esperienze di governo non propriamente esaltanti della storia recente. Aspettativa, almeno per il momento, profondamente delusa.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

#lockdown totale, bufera su Ricciardi. Dal web l’invito: “Intervenga Draghi”

Articolo successivo

Governo Draghi. Perché sì. Sinistra e destra costrette a cambiare. Ecco perché

0  0,00