Gli americani si sono accorti che il rischio inflazione è una bufala, e spendono. E l’Europa?

Politica

di Massimo Spread

L’inflazione per i tedeschi è come l’esercito dei Tartari di Buzzati. Sono anni che i loro economisti, ministri e banchieri centrali ci assicurano che sta per invadere il fortino europeo; non passa mese senza che uno di loro ci ripeta che “sta per arrivare”, “è ormai a due passi, prepariamoci”, e noi creduloni stiamo ad aspettare, invano. Peccato che questa attesa spasmodica di una minaccia che non arriva (e – spoiler – a differenza dei Tartari non arriverà mai) ci impedisce di lavorare in maniera efficace alla ripartenza dell’economia europea e soprattutto italiana.

L’ultimo a ricordarci del pericolo è l’ineffabile capo della Bundesbank Jens Weidmann, che dopo aver trascorso gli ultimi otto anni a denunciare i rischi degli acquisti di titoli di Stato e il taglio dei tassi sui depositi decisi da Mario Draghi – venendo ogni volta sconfessato dai fatti – il 13 febbraio scorso ha ricordato in un’intervista all’Augsburger Allgemeine che l’inflazione rischia di raggiungere il 3% nel 2021. Se ciò dovesse accadere, ha ammonito, la BCE dovrà intervenire “immediatamente” sulle sue politiche monetarie “ultra espansive”.

Giova ricordare che attualmente il tasso d’inflazione in Germania è ben al di sotto del 2% e che tra il 2016 e il 2019 si è mantenuto tra l’1.38% e l’1.54%. Non esattamente numeri da Repubblica di Weimar.

Il problema è che l’atavico terrore dell’inflazione è diventato ormai una comoda scusa che i tedeschi usano per giustificare il loro egoismo: quando la BCE porta gli interessi a zero i fondi pensione teutonici rendono meno, garantendo guadagni insoddisfacenti per i risparmiatori. Poco importa che i tassi bassi aiutino il resto del continente a far ripartire un’economia ingolfata; la loro procede benissimo.

La situazione promette di cambiare grazie alle risorse del Recovery Fund, ma giova ricordare che non un euro è stato finora stanziato e che l’Italia dovrà sudare per ottenere i 209 miliardi che, tra prestiti a tasso zero e trasferimenti, le sono stati promessi. Una situazione ben diversa da quella americana, che della vecchia paura dell’inflazione si era sbarazzata già nel 2008, quando l’allora presidente Barack Obama decise di investire 787 miliardi di dollari nella spesa pubblica, permettendo agli USA di uscire prima e meglio di tutti dalla terribile crisi causata da loro con i mutui subprime, mentre in Europa l’allora capo della BCE Trichet alzava i tassi (!!) pur di salvare i risparmi dei nordeuropei.

E quest’anno la storia sembra destinata a ripetersi: mentre l’Europa continua a dividersi sull’effettivo utilizzo del programma Next Generation EU a quasi un anno dalla sua ideazione, Joe Biden si è già impegnato nel far ripartire l’economia con un mostruoso stimolo da 1.900 miliardi di dollari, sostenuto dal capo della FED Jerome Powell. Il quale, in un discorso tenuto pochi giorni dopo l’intervista di Weidmann, ha smentito il collega tedesco sostenendo che l’atteso innalzamento dell’inflazione che coinciderà con la ripartenza dell’economia durerà poco, anche perché – ha ricordato – l’inflazione è ormai stabilmente bassa da decenni e non c’è ragione di temere che le cose cambino. Insomma, niente Tartari all’orizzonte. Speriamo che il messaggio arrivi anche a Francoforte.

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