#festadelladonna parla Bruzzone: “Ancora difficile riconoscano gli stupri. Caso Genovese docet”

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Oggi 8 marzo come da tradizione è la Festa della Donna, anche se l’emergenza Covid renderà impossibile festeggiare questo evento come sempre avveniva negli anni passati. Una festa che, nata per difendere il diritto delle donne alla parità di genere quando imperversava la società di tipo maschilista, negli ultimi anni, con l’incremento dei femminicidi si è trasformata in una giornata in difesa della dignità di tutte le donne e contro ogni forma di violenza. Purtroppo le cronache continuano a raccontare di donne uccise, sfregiate, il più delle volte dentro le mura domestiche da mariti, compagni o fidanzati possessivi, ma anche di stupri e sevizie di ogni tipo, con ragazze usate come oggetti del desiderio e delle perversioni di uomini senza scupoli, come starebbe emergendo sempre di più dalle indagini relative alle serate milanesi nella lussuosa Terrazza Sentimento di proprietà dell’imprenditore Alberto Genovese. Ne abbiamo parlato con la criminologa Roberta Bruzzone.

Quale messaggio si sente di lanciare per questo 8 marzo?

“Credo che il momento che stiamo vivendo è proprio il più idoneo per dire basta e per iniziare finalmente una vita senza violenze. Le donne devono pretendere questo, devono chiedere aiuto, devono affrontare un percorso che le porti fuori dall’incubo che sempre più spesso si trovano a vivere. Il messaggio è questo: non arrendetevi, denunciate e lottate per essere libere dalla paura e dalla violenza”.

Nelle ultime ore si è tornati a parlare del “caso Genovese” e delle accuse di stupro a carico dell’imprenditore che hanno avuto per vittima una modella 18enne durante una festa a base di coca e stupefacenti a Terrazza Sentimento. Ma anche altre ragazze hanno denunciato lo stesso trattamento. Come spiega il fatto che ancora oggi, di fronte ad un’accusa di stupro, sembra prevalere sempre più spesso il concetto del “se l’è andata a cercare” o peggio “ci stava anche lei”?

“Purtroppo questo concetto è estremamente diffuso, è forse lo stereotipo più difficile da estirpare. Tutte le ricerche degli ultimi anni ci confermano che ogni volta che una donna si trova al centro di vicende sessuali, un’altissima percentuale di persone, anche donne purtroppo, pensano che se la sia andata a cercare finendo per giustificare l’aguzzino. Come se alla fine è sempre la donna, in un modo o nell’altro, a provocare l’uomo. Eppoi la prima difesa è sempre quella di dire che era consenziente”.

Esiste ancora anche una certa difficoltà di carattere investigativo nell’individuare se uno stupro è stato commesso o meno? Possibile che ancora non si riesca a stabilirlo con certezza costringendo spesso le vittime a subire la gogna del sospetto e della calunnia?

“Purtroppo le difficoltà ci sono, sia quando a denunciare lo stupro è un adulto e ancora di più se a farlo è un soggetto minorenne. Di norma la parola della persona offesa, nel momento in cui ha superato il vaglio della credibilità, dovrebbe valere come prova a meno che non emergano contraddizioni evidenti, ma nei fatti non sempre è realmente così nelle aule di giustizia. C’è ancora molto da fare da questo punto di vista. Consideri che non è così difficile smascherare una ragazza che eventualmente si fosse inventata tutto. Ci sono stati effettivamente casi in cui si è poi scoperto che lo stupro non c’era stato. E qui vorrei passasse un messaggio importante, ovvero che quelle donne che per varie ragioni si inventano accuse che non stanno in piedi, sono quelle che alla fine fanno più danni alle vere vittime contribuendo ad alimentare gli stereotipi di cui abbiamo parlato”.

Ma come si possono superare questi stereotipi?

“Guardi che la soluzione è principalmente di carattere culturale, servirebbe una rivoluzione da questo punto di vista, cambiando una volta per tutte mentalità. Vede, se lo stesso numero di vittime di stupro o di femminicidi lo avessimo per gli attentati terroristici o per gli omicidi della criminalità organizzata, come conseguenza avremmo l’esercito per le strade; mentre se le donne muoiono dentro le mura domestiche uccise dai mariti e dai compagni, se ne parla qualche giorno sui media e la cosa finisce lì”.

Però dai tempi del massacro del Circeo ad oggi possiamo dire che le cose sono cambiate, che l’approccio culturale è comunque diverso rispetto al tema della violenza sulle donne?

“Certamente sì, passi avanti significativi sono stati fatti, la normativa è stata modificata, sono state cancellate attenuanti ignobili come il delitto d’onore. C’è anche un diverso e positivo approccio nei confronti della vittima di violenza sessuale e una maggiore sensibilità giuridica nel trattare certe questioni. Però tutto questo non basta, serve una rivoluzione culturale, perché alla fine le valutazioni le fanno sempre le persone e non sempre purtroppo queste sembrano rivolte alla protezione della vittima. Lo dimostra il fatto che nei giorni scorsi un autorevole dirigente della Polizia di Stato, il Prefetto Francesco Messina, ha sentito il bisogno di specificare con un’intervista a Repubblica che il ruolo degli agenti, specie quelli delle volanti, chiamati ad intervenire quando scoppiano liti in famiglia fra coniugi, non è quello di mettere pace, trattando la questione come fosse un problema privato della coppia Se si è avvertito il bisogno di predisporre una circolare per meglio specificare come le forze dell’ordine devono gestire queste situazioni, è la dimostrazione del fatto che forse ancora oggi si tende troppo spesso a sottovalutare la gravità di certi comportamenti. Prenda la vicenda di Piera Napoli per esempio. Lei aveva chiamato proprio una settimana prima dell’omicidio per segnalare una lite con il marito che ha poi confessato di averla uccisa, ma come vede non è servito a niente. Le donne non hanno problemi a chiedere aiuto, il problema nasce con la formalizzazione della denuncia ed è qui che bisogna intervenire con più efficacia”.

Però ci sono state anche delle opinioniste donne che, nel caso delle feste di Genovese, hanno dovuto riconoscere ed ammettere che le ragazze che hanno denunciato gli stupri, non possono essere poste come vittime sullo stesso piano della ragazza che viene aggredita mentre sta correndo al parco, perché chi consapevolmente frequenta certi giri dovrebbe mettere in conto anche i rischi. E’ d’accordo?

“Nella vicenda Genovese va detto che le ragazze che partecipavano alle feste erano comunque tutte esposte ad un certo giro, non erano prese per la strada, ed avevano tutte dimestichezza con la droga e con quel tipo di ambiente. E quando si accetta di prendere parte ad un festino a base di stupefacenti, è facile prevedere i rischi che potrebbero scaturire da una perdita di lucidità e di controllo. Però il fatto di partecipare volontariamente a queste feste per consumare droga gratuitamente o per altri interessi, non autorizza nessuno a trattarle come bambole, ad imbottirle  di stupefacenti per poi seviziarle e violentarle. Attenti ai messaggi che si fanno passare. Certamente quelle ragazze hanno sottovalutato i rischi, certamente avevano delle condotte a dir poco inquietanti, ma questo non toglie nulla alla gravità delle condotte di cui sono state vittime e che non possono essere in alcun modo giustificate. Anzi, il fatto che venivano proprio scelte perché esposte al giro dei droga party costituisce un aggravante, non il contrario”.

Quale donna vorrebbe elevare a simbolo di questo 8 marzo?

“Sicuramente Valentina Pitzalis, è lei la mia guerriera ideale: una donna straordinaria che dopo aver dovuto subire lo sfregio del proprio volto, ha dovuto anche difendersi dalla falsa accusa di aver ucciso il suo ex marito, lo stesso che l’aveva sfigurata. Un calvario giudiziario da cui è uscita a testa alta. Credo che lei sia il simbolo ideale di questa giornata, una donna coraggiosa che è riuscita a sostenere psicologicamente un duplice dramma, lo sfregio e l’accusa di omicidio senza mai arrendersi, credendo fermamente nella giustizia e lottando per affermare la verità. Credo che nessuna donna oggi meglio di Valentina possa rappresentare il significato più autentico di questa giornata”,

 

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