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Parla l’imprenditore Giancarlo Nocioni: “I ristori non bastano. La mia proposta sugli affitti”

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Giancarlo Nocioni è un imprenditore titolare di alberghi e ristoranti a Roma, Firenze, Forte dei Marmi ecc. Alcune sere fa è stato ospite di Quarta Repubblica, il programma di Nicola Porro in cui ha denunciato la grave crisi in cui versa il settore turistico italiano, attaccando la politica che non riesce a dare risposte. Perché non è soltanto una questione di ristori, ma soprattutto di strategie fallimentari. Eppure basterebbe davvero poco per poter aiutare chi, come Nocioni, sta praticamente combattendo per sopravvivere, ritrovandosi con un’azienda che da floridissima deve ora fare i conti con tutta una serie di problemi derivanti da mesi di chiusure. Anche noi de Lo Speciale lo abbiamo raggiunto e intervistato.

La sua testimonianza a Quarta Repubblica ha molto colpito. Lei in sostanza ha evidenziato come ai mancati introiti causa Covid e lockdown, purtroppo continuino a corrispondere ingenti uscite. Non si guadagna più ma si spende come prima. Una situazione davvero drammatica.

“Io ho tutto chiuso, perché il mio settore vive di turismo e i turisti non girano più. Ma i costi fissi purtroppo sono rimasti. Assurdo che mi si chieda di pagare la tassa dei rifiuti quando sono mesi che non ne produco. L’unica concessione che ho ottenuto è stata uno sconto di appena 12 mila euro sulla Tari. Invece di 82mila euro ne ho pagati 70, ma capisce bene che si tratta comunque di una cifra altissima. E poi c’è l’affitto da pagare, ci sono i costi delle utenze. Le soluzioni sono due: o lo Stato garantisce ristori in grado di coprire per intero i costi fissi, oppure deve decidersi ad intervenire sugli affitti”

In che modo?

“Partiamo con il dire che se a provocare questa crisi è stata la pandemia, e su questo non ci sono dubbi, allora il danno deve essere ripartito equamente fra proprietari e affittuari degli immobili. Lo Stato ha concesso all’affittuario la possibilità di usufruire del 60% del credito di imposta ma il presupposto resta comunque il pagamento dell’intero canone di affitto. L’affittuario può cedere il predetto credito al proprietario corrispondendo il 40% del canone. Ma il proprietario non è tenuto ad accettare questa soluzione e questa è la prima grande anomalia. Lo Stato dovrebbe almeno obbligare i proprietari ad accettare la cessione del credito perché per un’azienda in difficoltà con problemi di liquidità un conto è versare il 40%, un altro trovare il 100% dell’importo su cui poi recuperare il 60% come credito di imposta”.

Sembra il classico cane che si morde la coda

“Appunto. Se lo Stato volesse davvero aiutare le imprese in difficoltà e chi come me avendo le proprie attività nel centro storico di Roma deve pagare un canone d’affitto altissimo pur a fronte di un azzeramento dei ricavi, dovrebbe comportarsi da vero arbitro. Dovrebbe in pratica dividere il danno in parti uguali, mentre invece ad oggi l’unico a rimetterci è l’affittuario che non incassa e paga, mentre il proprietario continua a percepire per intero quanto gli spetta, il 40% in liquidità, il 60% con il credito d’imposta”

Quindi la proposta?

“Lo  Stato prendendo atto che la pandemia è un evento straordinario ed unico dovrebbe obbligare il proprietario a praticare uno sconto del 50% sul prezzo d’affitto, applicando il 50% del credito di imposta sull’altra metà corrisposta dall’affittuario. In questo modo il proprietario potrà comunque beneficiare del 50% dell’affitto per pagare le tasse sul bene di sua proprietà, ma l’affittuario avrebbe la possibilità di sopravvivere. Il tutto in attesa che passi la pandemia quando si potrà rtornare alla normalità pagando l’affitto a pieno regime. Ma non è finita qui”

Perché?

“Perché ci sono affittuari di serie A e di serie B, ma diciamo pure di serie C e D. Quelli che pagano gli affitti ai  soggetti privati possono chiedere lo sconto, mentre quelli che come il sottoscritto lo pagano invece agli enti pubblici obbligati a rispettare le leggi dello Stato questa possibilità non ce l’hanno. Anche questa si configura come una grande ingiustizia che sarebbe il caso di sanare”.

Perché la politica sembra non considerare questa proposta?

“Temo che i politici non si rendano conto di cosa significhi gestire un’attività turistica, pensano di cavarsela erogando ristori a pioggia e senza capire che non si può trattare tutti allo stesso modo. In più dopo il danno ci tocca anche la beffa. Le sembra normale quello che è accaduto a Pasqua? Hanno chiuso le regioni impedendo alle persone di spostarsi dentro i confini nazionali, ma hanno permesso i viaggi all’estero. I turisti non sono potuti venire nel mio albergo a Forte dei Marmi ma hanno potuto prendere l’aereo e volare alle Canarie e alle Baleari. Ma in base a quale presupposto scientifico è più alta la possibilità di contagiarsi spostandosi da Roma a Forte dei Marmi in macchina che non viaggiando in aereo per andare in Spagna? Queste sono scelte folli che dimostrano a mio giudizio quanto la politica sia lontana dal capire i veri problemi di chi fa impresa soprattutto nel settore del turismo”.

Per quanto riguarda invece i livelli occupazionali?

“I miei dipendenti sono in cassa integrazione e il vero dramma sarà quando scadrà definitivamente. Anche qui mi pare chiaro che non esista una strategia sulla ripartenza. Perché, quando riapriremo le nostre attività, non sarà oggettivamente possibile poter pagare gli stipendi a tutto il personale che avevamo prima della pandemia, almeno fino a quando i ricavi non saranno tornati a pieno regime. Ma ci vorrà del tempo perché ciò avvenga. Quindi gli ammortizzatori sociali, e la cassa integrazione in particolare, dovranno essere necessariamente mantenuti anche successivamente e per un lungo periodo, per consentire all’imprenditore di potersi rimettere in carreggiata mantenendo i livelli occupazionali. Ma anche qui la politica non sembra stia dando segnali. Anzi ci sentiamo presi in giro nel vedere che i dipendenti pubblici che hanno continuato a percepire lo stipendio anche in tempo di pandemia hanno ottenuto un aumento di 107 euro, mentre noi che non possiamo lavorare perché costretti a chiudere siamo completamente dimenticati, accontentati con ristori che all’atto pratico non ci servono praticamente a nulla”.

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