/

Superlega. Il calcio nel pallone. La nuova guerra tra ricchi e poveri: fine dello sport

4 minuti di lettura

Dodici club “ribelli” che escono allo scoperto, Andrea Agnelli, presidente della Juventus, che litiga furiosamente con Aleksander Ceferin, numero uno dell’Uefa. Anzi, è il secondo che litiga con lui, sostenendo che è finita una storica amicizia: “Mai visto mentire così”.

Cosa vuol dire? Che il dirigente della principale società calcistica italiana, anche se ora un po’ in difficoltà in campionato (a causa della transizione-Pirlo), gli avrebbe nascosto il disegno che bolliva in pentola da tempo: una superlega, costituita da Inter, Milan, Juventus, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Manchester United, Manchester City, Chelsea, Liverpool, Arsenal, Tottenham. Una sorta di asse italo-inglese, di calcio dei ricchi, con soldi Jp Morgan e tifosi sempre più clienti (i diritti televisivi). In pratica, un “modello-Nba”, che si dovrebbe aggiungere alle tante competizioni internazionali esistenti e approvate dalla Uefa.

E quindi, da quando è uscita la notizia, è scoppiata la guerra del pallone. Tutti nel pallone. C’è un generale no all’iniziativa. La Uefa minaccia di squalificare i club ribelli (espulsione dalla Champions) e i governi interessati, da Roma a Londra, si sono subito schierati per la legalità sportiva.
Il nostro premier Draghi è stato lapidario: “Salviamo i campionati, il governo sostiene con determinazione le posizioni delle autorità calcistiche italiane ed europee per preservare le competizioni nazionali, i valori meritocratici e la funzione sociale dello sport”.

Sulla stessa lunghezza d’onda David Sassoli, presidente del parlamento europeo: “Dobbiamo difendere il modello di sport europeo. Sono contrario che il calcio diventi appannaggio di pochi ricchi”.
Oltre al tema dei ricchi ossia, la casta del pallone che si autorappresenta a danno delle società meno forti, con l’inevitabile scomparsa dell’uguaglianza sportiva, della sana competizione, che nella nostra storia calcistica, ad esempio, ha visto emergere tante realtà pulite, piccole, con pochi soldi, che sono riuscite comunque a vincere campionati, o entrare nell’area europea, diventando un simbolo, un modello per i giovani, come tempo fa, il Verona, il Vicenza, fino ad arrivare al Sassuolo e oggi, alla splendida e affascinante Atalanta.
Stiamo parlando di quel profumo nostalgico di calcio antico, di figurine Panini. Di stadi di provincia pieni ed entusiasti.

Ma non è la nostalgia per un calcio perduto che ci deve far indignare per questa super-lega.
E’ il tentativo di recuperare soldi, per i noti ingaggi miliardari, da parte di società in crisi con i bilanci in rosso accentuati dalla pandemia, che ha svuotato gli stadi. E il danno non è tanto nei confronti degli spettatori, condannati a diventare sempre più clienti a pagamento, consumatori privati di immagini tv, da vedere a casa, senza più la bellezza della tifoseria, del rapporto fisico con i propri beniamini, la vista diretta della partita sul prato verde, ma l’effetto-overdose di uno sport spremuto fino all’inverosimile per meri interessi economici.

Che ce ne faremo di un calcio inflazionato, duplicato, parallelo?
Si perderà nei campionati ufficiali, ma ci si rifarà in quelli virtuali. Un caos antimeritocratico.
La grandezza pedagogica dello sport, al contrario, consiste nella sua ufficialità: si partecipa, si vince, si perde, si gioisce, si piange, per una partita. E’ così che nasce quel legame stretto tra cittadino e sport, tra tifoso e società. Guai a romperlo. Morirebbe proprio quel cuore che è alla base anche dei soldi che vengono dati ai super-campioni, per la fortuna dei super-club.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Il pallone racconta – La rivolta dei tifosi, fallisce la Superlega?

Articolo successivo

Il proprietario del Liverpool si scusa con i tifosi “Vi ho deluso”

0  0,00