Farmaci precoci nella cura del Covid: Ministero e giudici vs Parlamento

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“Finalmente anche il Tribunale Amministrativo ha compreso che lasciare i pazienti senza cure precoci, a domicilio, è assolutamente inaccettabile. Ora ci attendiamo una revisione immediata delle linee guida ministeriali, tenendo conto dello schema terapeutico redatto dai nostri medici per le cure domiciliari precoci, nell’interesse di tutto il Paese”. Questo era stato il commento dell’avvocato Erich Grimaldi, presidente del “Comitato Cura Domiciliare Covid-19”, dopo il pronunciamento del Tar del Lazio in merito al ricorso presentato contro il Ministero della Salute e l’Agenzia italiana del Farmaco

I medici del Comitato si erano infatti rivolti al Tar con un’istanza cautelare nei confronti del Ministero della Salute e di Aifa puntando il dito contro la nota della stessa Aifa datata 9 dicembre, che di fatto stabiliva di non fare ricorso, per la cura del Covid nei primi giorni della malattia, ai farmaci precoci che vengono generalmente prescritti dai medici di medicina generale.

Nell’accogliere l’istanza, il Tar nel marzo scorso aveva stabilito che “il ricorso appare fondato in relazione alla richiesta dei medici di far valere il proprio diritto/dovere, avente giuridica rilevanza sia in sede civile che penale, di prescrivere i farmaci che essi ritengono più opportuni secondo scienza e coscienza e che tale diritto/dovere non può risultare compresso nell’ottica di una attesa, potenzialmente pregiudizievole sia per il paziente che, sebbene sotto profili diversi, per i medici stessi”.

L’entusiamo però è durato poche settimane perché il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso del Ministero della Salute e dell’Aifa, ha ribaltato la sentenza e di fatto ha riconfermato che “nei primi giorni dopo aver contratto il virus bisogna soltanto seguire una vigile attesa e la somministrazione di fans e paracetamolo (tachipirina) o dell’eparina, ma soltanto per le persone allettate, ponendo indicazioni di non utilizzo di altri farmaci generalmente usati dai medici di medicina generale per curare il Covid”.

Una decisione che a questo punto sarebbe in netta controtendenza anche con l’ordine del giorno votato in Senato praticamente all’unanimità con cui si sollecitava il governo “ad approvare un protocollo unico nazionale per regolamentare e ampliare le cure domiciliari contro il Covid”.

Una doccia gelata per il Comitato Cura Domiciliare Covid-19 che ha prontamente reagito con una nota in cui dichiara: “L’inaspettata decisione del Consiglio di Stato segna un momento importante nella storia del nostro movimento, in quanto, tra pochi giorni, nascerà una nuova Associazione/Unione, che ingloberà il Comitato, onde poter incidere sulle discutibili decisioni del ministero, con riferimento ai protocolli di cura ed al diritto dei cittadini di curarsi, nonché per poter, allo stesso tempo, continuare un eventuale dialogo alla luce degli impegni assunti nell’ultimo mese”.

Ma sembra che l’orientamento del Ministero sia quello di non trattare su questo argomento, ancora di più dopo che il Consiglio di Stato ha in pratica riconfermato l’orientamento a non riconoscere validità al contributo dei medici di base nella fase iniziale del Covid con il ricorso ai farmaci precoci. Anche perché, se ci fosse stata un’effettiva volontà di aprire alla possibilità di ampliare le cure domiciliari, non si sarebbe presentato un ricorso contro la sentenza favorevole del Tar. Ma naturalmente la battaglia sarà soprattutto politica e l’ordine del giorno approvato in Senato potrà fare certamente la differenza.

Emblematiche in tal senso le dichiarazioni dell’avvocato Erich Grimaldi che, in merito al ricorso del Ministero contro la sentenza del Tar nonostante il voto del Senato in favore dell’ampliamento delle cure domiciliari aveva commentato: “Anche alla luce del voto sostanzialmente unanime del Senato in favore dell’istituzione del tavolo di lavoro per favorire la cura domiciliare e gli obiettivi del Comitato, i cui benefici sono ormai chiari a tutti, rimane da capire il Ministero della Salute chi rappresenti e, soprattutto, sulla base delle indicazioni di chi e di quale ente scientifico propone un ricorso di fatto contrastando la chiara manifestazione di volontà del Senato. Se non fossimo uno Stato fortemente civile, democratico e dalle Istituzioni solide, ci sarebbe da porsi delle domande serie sulla effettiva esistenza ed operatività della forma parlamentare della Repubblica, dovendosi considerare come tale forma di Stato ha nella propria natura, nell’indirizzo e nell’attività del Parlamento ancor più quando espressione unanime dei suoi rappresentanti, fondamenta e ragione di esistenza. La politica tutta ha compreso la necessità di un approccio rapido e clinicamente diversificato nel contrasto al virus, non tanto per questioni di posizione o schieramento, ma perché le migliaia di morti che si sono registrati nel nostro Paese lo richiedono”.

Vedremo se l’Italia sarà ancora una Repubblica parlamentare o dovremo considerarla ormai un regime sanitario. 

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