1° maggio. Festa solo dei cantanti. Fedez re della nuova sinistra fucsia

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Il primo maggio da decenni ha perso la sua connotazione originale e originaria. Se fossi un sindacalista sarei il primo a dolermene. Niente più comizi oceanici, niente più il punto sul Welfare italiano, la crisi, le politiche economiche dei governi. Scelte da bocciare, promuovere o da rettificare, correggere. E niente più consapevolezza di una lotta, di un orgoglio militante e civile. Che affratellava destini, storie, comunità.

Quasi, quasi rimpiango la mobilitazione di massa di Cofferati contro Berlusconi al Circo Massimo di Roma, segno di un orientamento comunque ideologico che la Cgil non ha mai perso, anche se attenuato da un approccio tradizionalmente più moderato di Cisl e Uil. Ma evviva.

Almeno c’erano valori e obiettivi veri. Invece, “la festa dei lavoratori” è diventata “la festa dei musicisti”. Il segno dei tempi: “O mores o tempora”. Da una parte, il tentativo della Triplice di recuperare terreno e consenso pescando nel mondo dei giovani, non limitandosi a essere organizzazioni composte unicamente da pubblico impiego e pensionati; dall’altra, l’adeguamento al mondo moderno, alla visibilità televisiva e all’immagine.
Solo che a forza di pensare e concentrarsi sull’immagine, il risultato è che abbiamo oggi un sindacato virtuale, una festa virtuale, un lavoro virtuale (a causa della pandemia).
Ma in compenso, tanta musica (parecchio brutta) e tanti musicisti, trasformati in opinionisti per attirare i media. Rispettando rigidamente una regola: tutti anticonformisti nella postura e tutti conformisti, omologati nelle parole e nei fatti.

Prima la trasgressione sessantottina si poteva capire a fronte di una società bloccata, moralista e borghese. Ma oggi che il mainstream radical e liberal è l’unico verbo possibile e condiviso (altrimenti si è fascisti, reazionari, xenofobi, omofobi, medioevali etc), atteggiarsi a libertari è comico, se non grottesco.

Prendiamo il comizio di sabato, quello di Fedez. Un duo, con la moglie, che fa scientificamente i soldi sulla famiglia naturale (la vita che di fatto ha scelto, basti vedere cosa posta, come vive, la narrazione mistica del figlio, della coppia, il culto della sua casa), ma che poi ideologicamente sputa sulla famiglia naturale, diventando il custode dell’ortodossia Lgbt, sposando la liturgia delle famiglie, la liquidità, il gender, esaltando il Ddl Zan e inveendo contro Salvini e tutti i contestatori della legge.

Non ne possiamo più di ricchi, potenti, privilegiati, che discettano di povertà, di terzo mondo, di oppressi, migranti e “diversi”; che si ribellano ai diktat di una Rai che, scoprendo l’acqua calda, non è mai stata indipendente ed estranea al potere politico. E basta con i comizi di sinistra, con copertura garantita dal servizio pubblico e, quindi, a spese di tutti i contribuenti. Un palcoscenico utilizzato unicamente per attaccare i cosiddetti avversari politici. Magari, come ha fatto Fedez, ribellandosi a quella censura che proprio il Ddl Zan prevede per chi oserà affermare che la famiglia è una sola, che i figli hanno bisogno di un padre e una madre, e non di due madri o due padri.

Ma ciò che più sconcerta è che personaggi come lui possano essere le bandiere di una sinistra (se contiamo il consenso sui social) che non ha più idee, programmi e identità. Una sinistra fucsia che, a corto di classe dirigente, ricorre e rincorre attori, cantanti, scrittori per dare lustro a una cosa che non c’è e che non c’è più.
Mi sovvengono in proposito le parole della canzone l’Avvelenata di Guccini: “Non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni”. Oppure quelle di Bennato: “Ma che politica, che cultura, sono solo canzonette”. Quelli erano veri cantanti, consapevoli del loro ruolo e dei loro limiti. Oggi la rete ha dato l’illusione che ognuno possa straparlare senza competenza e cognizione di causa.
Tanto ci sarà sempre qualcuno pronto ad acquistare lo smalto per le unghie maschili ideato da Fedez.

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