Coppia bloccata in India, parla la moglie Monica: “Ci ha aiutati la preghiera”

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Sono rientrati a Malpensa l’8 maggio scorso i coniugi di Genova che erano rimasti bloccati in India dove si erano recati per completare l’adozione di una bambina e condurla in Italia. Anthony è indiano e proprio per questo rischiava di non poter fare ritorno a causa dell’ordinanza del Ministero della Salute dello scorso 29 aprile che vieta l’ingresso ai cittadini indiani per esigenze di ordine sanitario. Ma la coppia non si è persa d’animo e anche grazie alla mobilitazione del Ciai, l’ente che si occupa della gestione delle adozioni internazionali, è riuscita ad ottenere uno speciale permesso dal Ministero che ha consentito alla coppia di poter rientrare insieme alla bimba appena adottata. Abbiamo contattato telefonicamente Monica, la moglie di Anthony, che ci ha raccontato la disavventura vissuta.

La vostra storia può considerarsi a lieto fine, ma avete avuto paura di non poter tornare?

“Sì la paura c’è stata, senza dubbio. Quando ci è stato detto che potevamo andare in India a prendere la bambina di due anni che abbiamo adottato eravamo titubanti proprio perché sapevamo che laggiù la situazione non era tranquilla. Ma rinviare tutto avrebbe significato perdere almeno altri sei mesi e non ce la siamo sentiti di lasciare la piccina in orfanatrofio ancora a lungo, con il rischio ancora più grave che potesse anche contagiarsi. Ci siamo presi coraggio e lo scorso 27 aprile siamo partiti dopo aver fatto tutti i necessari controlli sanitari e i tamponi che sono risultati negativi. Non vedevamo l’ora di concludere la pratica dell’adozione e avere nostra figlia”.

Poi che è successo?

“La brutta sorpresa l’abbiamo avuta a Calcutta quando al consolato italiano, dove ci eravamo recati per sbrogliare le ultime pratiche per poter condurre la bimba in Italia, ci hanno comunicato che mio marito non poteva partire perché il ministro Speranza aveva emanato una circolare che vietava l’ingresso ai cittadini dell’India considerata zona ad alto rischio per il Covid. A quel punto abbiamo spiegato loro che Anthony aveva un regolare permesso di soggiorno, che eravamo sposati, che lui era residente in Italia e disponevamo di un permesso di ritorno. Ma il console ci ha risposto che la sopraggiunta circolare ministeriale di fatto annullava il precedente permesso di ritorno per mio marito. A quel punto io ho risposto che se non poteva partire lui non mi sarei mossa neanche io perché sinceramente non me la sentivo di affrontare da sola il viaggio di ritorno con la piccola. E se si fosse presentato un qualsiasi imprevisto? Cosa avrei fatto da sola all’aeroporto o in qualsiasi altro luogo di un Paese che non conoscevo?”

Quindi?

“Quindi ci siamo attivati allertando il Ciai che si è subito dato da fare per risolvere la situazione. E’ nata una mobilitazione anche social che ha raggiunto molti contatti fra cui anche una persona che, essendo dello stesso partito del ministro Speranza, si è attivata per vie politiche. Finalmente il 6 maggio il Ministero ci ha rilasciato un permesso speciale che ci ha consentito di rientrare tutti e tre in Italia dopo aver fatto i tamponi risultati negativi. Dobbiamo davvero ringraziare il Ciai che ci ha assistiti sempre, prima nelle lunghe e complesse pratiche dell’adozione e poi per risolvere questa brutta situazione interagendo positivamente con i competenti uffici ministeriali”.

Cosa ha provato nei momenti difficili in cui non vi arrivavano risposte?

“Siamo stati angosciati, lo ammetto, ma non abbiamo mai perso la speranza. Abbiamo pregato tantissimo in quei giorni, la fede ci è stata di grande conforto. Sentivo che intorno avevamo il sostegno di tante persone che pregavano per noi ma soprattutto erano impegnate ad aiutarci. Pensavo che se la soluzione al nostro problema passava dal Ministero della Salute, come potevamo non avere speranza in un ministro che si chiama proprio Speranza?”

Parlava della preghiera, quanto è importante in questi momenti?

“E’ fondamentale, la preghiera ti dà la forza di restare ancorato alla speranza, non ti abbandona alla disperazione. Come detto abbiamo avuto paura, ma al tempo stesso sentivamo che ce l’avremmo fatta, perché non eravamo soli, tanti avevano preso a cuore il nostro dramma e non si sarebbero arresi”.

Nei giorni in cui siete stati in India, avete avuto sentore che la situazione era realmente drammatica come ci raccontavano i media?

“La maggior parte del nostro tempo lo abbiamo passato in albergo, siamo usciti soltanto per raggiungere l’orfanatrofio e fare ciò che dovevamo, ma sempre con mezzi privati. Soltanto una volta abbiamo preso il taxi. Con mio marito ci eravamo ripromessi di non guardare la televisione, di isolarci da tutto proprio per non farci intimorire dalle notizie che sentivamo. Abbiamo vissuto in una sorta di bolla, estraniandoci da tutto ciò che ci accadeva intorno e pensando soltanto a ciò che di bello avremmo vissuto appena tornati in Italia con nostra figlia. Ma nonostante ciò dalla nostra camera d’albergo si sentivano spessissimo passare le ambulanze a sirene spiegate e questo in qualche modo ci riportava alla realtà, facendoci capire che intorno a noi non tutto andava bene. Poi quando siamo usciti abbiamo notato che molte persone circolavano liberamente, molte senza mascherina e c’erano tanti assembramenti. Ci siamo chiesti se effettivamente si rendessero conto del pericolo che stavano correndo o se la povertà era così tanta da impedire loro di munirsi anche di una semplice mascherina”.

Cosa si sente di consigliare a chi si trovasse a vivere una situazione analoga alla vostra?

“Di non perdere mai la fiducia, di pregare e di credere che tutto si può risolvere. Mi verrebbe da dire che è necessario restare sempre positivi, ma oggi questo termine ha acquisito un significato negativo con la pandemia in corso. Ad ogni modo è indispensabile evitare che la disperazione prenda il sopravvento. Quindi pregare, sperare e affidarsi a chi può davvero aiutarci ad uscire da certe situazioni”.

Ora cosa vi attende?

“Al momento siamo in quarantena qui a Como in un Covid hotel e devo dire che questa esperienza ci è comunque di grande aiuto, perché stare chiusi dentro questa stanza tutto il giorno ci sta permettendo di stare a stretto contatto con la piccola, entrare in confidenza con lei, abituarla ad averci sempre accanto, facendole sentire tutto il nostro amore. Non vediamo l’ora di tornare a Genova e iniziare una nuova vita insieme a nostra figlia lasciandoci alle spalle il passato. Per noi è come rinascere dopo i mesi bui della pandemia” .

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