Roma. La strategia e la melina della Bongiorno, di Bertolaso e Gasparri

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Il Bongiorno si vede dal mattino. Ovviamente, non si tratta di un refuso, ma del nome, fresco di zecca, che circola per Roma.

L’ex avvocata di Andreotti ora di Salvini, nuova candidata del centro-destra, icona in toga destinata (o condannata) a trasformarsi in ancora di salvezza, se Bertolaso dovesse dire no alle richieste pressanti che ormai da mesi, gli stanno rivolgendo i leader dei partiti direttamente interessati alla lotteria, in testa Salvini.
Ma ci sono due condizioni da osservare. Bertolaso dovrebbe soprassedere, questa volta definitivamente, imitando il “modello-Albertini”, quando sembra che invece, secondo precise indiscrezioni dei soliti ben informati, starebbe sul punto di accettare.

Bertolaso e la Bongiorno, dunque, potrebbero togliere le castagne dal fuoco di un centro-destra, che deve ritrovare sé stesso. Troppe divisioni, troppi personalismi, troppe guerre interne, per la leadership e veleni per strategie contrapposte, tra Lega e Fdi. Mentre i centristi, ridotti al lumicino e Fi, si amministrano il loro residuo tesoretto, stando alla finestra. In eterno bilico tra il fronte ex-sovranista (l’anima salviniana tallonata dall’anima meloniana), e la tentazione di nuove aggregazioni moderate, con personaggi tipo Calenda, o lo stesso Renzi (un autentico mistero il suo), visto che Conte ha lasciato questi lidi per ricollocarsi da post-grillino, nell’area riformista col “gemello diverso” Letta.

La Bongiorno è apprezzata a destra, ma esprime fisicamente e non solo, un’anima liberal, garantista, laicista, che può andare bene anche a sinistra, una sinistra non eccessivamente ideologica. Bertolaso, dal canto suo, incarna la via tecnica, il primato della società politica, comoda copertura o surrogato di una classe dirigente che da decenni non esprime, al centro-Sud, personalità di livello.

Diverso il discorso relativo a Gasparri. Pure lui nelle nomination. Lui, al contrario, potrebbe essere l’ultima carta politica di una politica che non c’è più. Figlio (militante) della prima Repubblica, adulto nella seconda, veterano nella terza, ha accumulato una grande esperienza: dalla politica istituzionale a quella amministrativa, è stato anche ministro. E a differenza dei primi due, occupa stabilmente e da decenni, l’area valoriale, identitaria (legalità, Dio-patria-famiglia), che è il Dna mai tramontato del centro-destra. Dal Msi, a An, dal Pdl a Fi, ha camminato sempre in perfetta coerenza con la sua storia. Perseguendo con costanza l’omogeneità culturale del polo.

Come finirà la partita? Al momento glissano tutti. La Bongiorno sorride, Bertolaso nicchia e Gasparri fa lo statista: “Tutte le volte che ci sono elezioni comunali, provinciali, regionali, il mio nome viene evocato”. Una bella strategia di comunicazione: il detto-non detto che serve a confermare il perimetro, indipendentemente dall’esito.

Una cosa è certa: il centro-destra non può ridursi sempre all’ultimo per competere con la sinistra. Sembra che i nomi non possano mai essere persone forti, parto di percorsi territoriali, frutto di selezione accurata, ma persone scelte in extremis dalle nomenklature, a seguito di accordi e dopo estenuanti veti incrociati. E soprattutto, sembra che Roma non interessi particolarmente. Meglio vincere alla Regione. Non se ne comprende la ragione. Pregiudizio, consapevolezza che la Capitale è persa, sfiducia nella propria classe dirigente, mancanza di alternative alla consueta casta partitica? Un mistero che andrà chiarito. Un tempo il modello-Roma apriva le porte di Palazzo Chigi. Adesso apre le porte dell’inferno. Raggi docet.

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