Aborto, parla Poleggi (Pro Vita): “Mai spesa pubblica è stata più improduttiva e dannosa”

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Dopo 42 anni e quasi 6 milioni di bambini abortiti in Italia, il gruppo di lavoro composto da economisti, medici e giuristi, con il patrocinio della SIBCE (Società Italiana per la Bioetica e i Comitati Etici), dell’AIGOC (Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici), della Fondazione Il Cuore in una Goccia, e di Pro Vita & Famiglia, ha presentato, in una conferenza stampa che si è tenuta a Roma presso la sala Giubileo della LUMSA, il Primo rapporto sui costi di applicazione della legge 194/1978  (CLICCA QUI).

Il rapporto, a cura di Benedetto Rocchi e Stefano Martinolli, è ampio e dettagliato e mette in luce i costi che lo Stato ha sborsato nell’arco di oltre quarant’anni per l’applicazione della legge 194. Ne abbiamo parlato con Francesca Romana Poleggi, docente di Discipline giuridiche ed economiche, direttore editoriale del mensile Notizie Pro Vita & Famiglia, che ha collaborato alla stesura del rapporto e che ci spiega cosa abbia realmente significato per l’Italia, oltre la propaganda dogmatica di chi sostiene che sia intoccabile.

Per la prima volta si tocca un tema tabù, ovvero i costi esorbitanti che l’applicazione della 194 hanno comportato per lo Stato. Come nasce e si sviluppa l’idea di sfidare il pensiero dominante e attaccare frontalmente la legislazione pro aborto?

“Dal momento che ci dicono che la legge 194 non si può toccare, noi abbiamo deciso di osservarla. Sono quarant’’anni che con i nostri soldi e le nostre tasse paghiamo gli aborti di tutti, donne povere e ricche. Già questo basterebbe a rendere la legge fortemente ingiusta, ma ecco che il nostro rapporto ha portato alla luce una situazione assurda per ciò che riguarda i costi delle prestazioni erogate per la filiera abortiva, che vanno dall’analisi del sangue fino alla visita di controllo post aborto”.

E cosa è venuto fuori?

“Dai dati dell’Istat e delle relazioni ministeriali, oltre che dai codici regionali, quindi da documenti ufficiali e non inventati da noi, sono emersi dei numeri che per quanto incompleti e parziali come ammesso dagli stessi che li hanno forniti, fotografano il costo storico di quarant’anni di 194. Facendo un ricalcolo, anche alla luce del passaggio dalla lira in euro, è emerso che nell’arco di quarant’anni lo Stato ha speso circa 5 miliardi di euro per pagare gli aborti, soldi che se fossero stati investiti in un fondo a rendimento pari al valore dei titoli di Stato, avrebbero reso circa 11 miliardi di euro. Domandiamoci quante donne si sarebbero potute aiutare con una simile cifra a portare a compimento la gravidanza. Ciò che da donna contesto è il fatto che la legge 194 abbia fallito sotto ogni punto di vista”.

Ci porti qualche esempio?

“Sempre dai dati che abbiamo raccolto, emerge chiaramente che non sono stati eliminati gli aborti clandestini. Nel 1978 tutti quelli che si battevano per la 194 sostenevano che fosse necessario approvarla per arginare ed estirpare la piaga degli aborti clandestini. Secondo fonti governative ogni anno in Italia si verificano fra i 10mila e i 15mila aborti clandestini. La legge poi sancisce che l’aborto dovrebbe essere una soluzione estrema, quando in realtà è sotto gli occhi di tutti come ormai sia diventato un mero strumento di controllo delle nascite. Per altro le regioni dove si registra il maggior calo demografico sono proprio quelle in cui si praticano più aborti. Sarà un caso? Una coincidenza? Assolutamente no, e fa specie che chi denuncia il dramma dell’inverno demografico non lo metta mai in relazione con l’aborto. Ultimo aspetto, ma direi il più importante, è che la 194 è una legge fondamentalmente maschilista e sessista”.

Perché?

“Perché le donne non vengono adeguatamente informate, il consenso informato sta solo sulla carta. Nessuna di loro viene messa a conoscenza di cosa sia l’aborto e quali conseguenze produca. Anzi, chi si permette di mettere in guardia le donne dicendo loro che possono subire una crisi post abortiva, riportare seri danni psicologici o addirittura morire come purtroppo è accaduto, viene messo a tacere. Ci accusano di fare terrorismo perché in fondo sarebbero poche le donne morte in seguito ad un aborto, come se la vita anche di una sola donna non avesse alcun valore. Sconcertante leggere sui documenti ministeriali che il numero delle donne morte è molto basso? Che significa quel ‘molto basso’? Che valore ha in cifre? Quante donne che hanno abortito sono poi effettivamente decedute? Mettiamo il caso siano 80 su 80mila, il dato è basso certo ma sempre allarmante, perché si tratta di 80 persone comunque morte. E ciò non toglie il fatto che chi si appresta ad abortire debba essere adeguatamente messa a conoscenza del rischio che sta correndo.  Il secondo aspetto che rende sessista e maschilista la 194 è il fatto che l’aborto non è una libera scelta ma una scelta obbligata”.

In che senso? Nessuno obbliga una donna ad abortire?

“Invece non è così. Quando una donna rimane incinta e ha problemi economici che rendono difficile mettere al mondo e allevare un figlio, viene posta di fronte all’unica scelta possibile, ovvero abortire, senza che le vengano offerte alternative. Soltanto i movimenti del volontariato si rendono disponibili ad offrire un concreto aiuto a queste madri. Lo Stato invece le pone unicamente di fronte all’esigenza primaria di sbarazzarsi del figlio che ha in grembo. Alla fine la donna si ritrova madre di un figlio morto e con gli stessi problemi socio-economici che aveva prima di abortire. Il nostro rapporto ha voluto evidenziare come i costi esorbitanti degli aborti non abbiano prodotto nulla di positivo, soltanto la morte di sei milioni di bambini e il disastro psichico e fisico di sei milioni di donne. Poi ci sono anche i soggetti collegati e psicologicamente toccati dalla vicenda, i padri per esempio, i familiari, gli operatori sanitari. Ecco, questo è il risultato dei soldi spesi. La spesa pubblica non dovrebbe servire a migliorare la vita dei cittadini? Mai una spesa pubblica come quella sull’aborto si è rivelata del tutto improduttiva e deleteria”.

Vede la concreta possibilità di un cambio di visione, che insomma dopo questo rapporto magari si prenda coscienza del fatto che la 194 ha fallito? 

“Purtroppo no, anzi i Radicali stanno facendo battaglie per togliere ogni limite all’aborto e impedire persino l’obiezione di coscienza dei medici. C’è un potere omologato al politicamente corretto, capeggiato da una elìte radical chic che ci governa, che punta a peggiorare ulteriormente la situazione. Poi c’è un popolo composto da persone molto più ragionevoli che hanno imparato ad aprire gli occhi, nonostante sia piuttosto difficile poter parlare di democrazia in un Paese in cui si tenta di imporre leggi che puntano ad affermare la dittatura del pensiero unico punendo il dissenso. Se alle persone si spiega cosa è realmente l’aborto, ci si accorge che non sono poi tutti disposti a ragionare seguendo l’ideologia dominante. Io sono un’insegnante e ho sentito con le mie orecchie studenti del liceo affermare che fino a tre mesi nel grembo della madre non c’è vita. E’ ovvio che se questo è il messaggio che viene fatto arrivare ai nostri ragazzi, l’aborto sarà sempre più percepito come un fatto assolutamente banale. C’è un processo molto pericoloso di banalizzazione dell’aborto come dimostra anche l’iniziativa del ministro della Salute Speranza rivolta a liberalizzare la Ru 486 fino a nove settimane e al di fuori dell’ambiente ospedaliero protetto. E’ chiara la volontà di lanciare un chiaro messaggio culturale, incentivando l’utilizzo della pillola abortiva come fosse un normale farmaco. Invece il nostro obiettivo è riscoprire il valore della vita, della maternità, aiutando veramente le donne e offrendo loro un’altra scelta; le donne devono capire che sebbene il corpo sia loro e che possono gestirlo come vogliono, dentro la loro pancia c’è un altro corpo e c’è soprattutto un’altra vita che non può essere soffocata. E’ questa la nostra grande battaglia culturale che non ci stancheremo di combattere”

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