Funivia e fanghi tossici. Cosa li lega? L’angoscia e il mito del profitto senza Stato

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Strage della funivia Stresa-Mottarone: la tragedia si poteva evitare. Emblematiche le dichiarazioni-choc di uno di tre fermati: “La cabina aveva problemi da oltre un mese”. E i tre hanno ammesso di non aver attivato il freno. E ancora: i carabinieri del Nucleo forestale di Brescia hanno posto sotto sequestro tre stabilimenti di una società locale nei comuni di Calcinato, Calvisano e Quinzano d’Oglio. Secondo le indagini, 150mila tonnellate di fanghi contaminati da metalli pesanti, idrocarburi ed altre sostanze tossiche, sono stati spacciati per fertilizzanti e smaltiti su circa 3mila ettari di terreni agricoli nelle regioni Lombardia, Piemonte, Veneto.

Questi, insieme a 12 milioni di euro di profitti illeciti sarebbero i numeri dell’imponente traffico illecito di rifiuti, realizzato tra il gennaio 2018 e l’agosto 2019. 15 indagati. E anche qui, sconcertano le dichiarazioni (intercettate dagli inquirenti): i responsabili del traffico che parlano tra loro, riferendosi al bambino che mangia le pannocchie cresciute in quei campi, temendo l’inferno, ma facendo tutto per il bene dell’azienda.

Cosa lega le due vicende? Al di là degli accertamenti giudiziari, sarà la magistratura a valutare ogni elemento e decidere in tal senso, c’è un nesso preoccupante. E si comprende dalla comunicazione dei diretti interessati. Comunicazione conseguente agli atti e ai comportamenti specifici: il totale disinteresse per l’altro, la mancanza assoluta di responsabilità, l’assenza di una minima idea di bene comune. Nel caso della funivia, una trascuratezza, un’insensibilità umana, coperta e giustificata soltanto dall’ansia di riprendere l’attività economica, assicurarsi i visitatori, a discapito delle norme più elementari di sicurezza. Atteggiamenti che hanno causato la morte di persone innocenti. Anche loro, con la voglia e il legittimo desiderio di riprendersi la vita, dopo il lockdown.

Nel caso dei rifiuti illeciti, il disprezzo verso ogni forma di legalità, che arriva a minimizzare, relativizzare la salute umana, irridendo perfino al bambino innocente che mangia la pannocchia sul terreno insalubre e tossico per colpa loro.
Ma c’è di più. E’ la spietata logica del profitto che ha preso il sopravvento su qualsiasi valore civile. E non è più sufficiente l’appello alla responsabilità personale, alle regole. Il primato dell’economia è sempre esistito, ma fino a qualche tempo fa c’erano dei perimetri morali, culturali, pubblici, religiosi, che frenavano tali impulsi, canalizzandoli verso obiettivi tendenzialmente virtuosi.
Decenni di mitologia liberista e culto delle privatizzazioni hanno demolito il pubblico. Col pretesto di combattere la corruzione, l’occupazione partitica dello Stato, lo statalismo, l’assistenzialismo, si è finito per cancellare ogni barlume di autorità e di controllo superiore. Il bene comune ha lasciato il posto unicamente all’interesse individuale, all’egoismo sociale e all’aziendalismo amorale.

Cosa ha indotto i responsabili della funivia a sottovalutare i rischi, omettere i controlli e a non attivare il freno (secondo le loro stesse ammissioni)? Soltanto il profitto, l’isterismo economico, l’angoscia del bilancio in rosso. Cosa ha spinto l’azienda bresciana a inquinare la terra? Il profitto (illecito), il guadagno facile.

Manca lo Stato, manca un’autorità centrale, che rafforzata, avrebbe esercitato un maggiore controllo su queste attività (già importante e meritorio comunque, il lavoro dei carabinieri di Brescia); e avrebbe commissariato la funivia al primo sospetto di irregolarità e anche qui, imposto regole più stringenti circa la sicurezza.
Così come c’è stata una pedagogia della pandemia, ora c’è bisogno di una pedagogia della ripartenza sociale ed economica. E questa pedagogia non può prescindere da una rifondazione e rivalutazione del pubblico.

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