Prof. Zecchi: “Ecco come si trasformerà la società dopo il Covid”

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Che tipo di società si prospetta ora che il Covid si sta gradualmente allontanando dalle nostre vite, l’emergenza è finita e si torna alla normalità? Abbiamo provato a capirlo con lo scrittore, filosofo e opinionista Stefano Zecchi che ci spiega come nulla sarà più come prima.

Come il Covid ha cambito le nostre vite? Ci ha migliorati o peggiorati? Come sarà il ritorno alla normalità?

“La normalità non esiste perché è impossibile tornare a come eravamo prima della pandemia. Stiamo in realtà costruendo una nuova idea di normalità che porterà sulle spalle il dramma che moltissime persone hanno vissuto sia a livello sanitario che economico e sociale. Dovremo verificare questa nuova normalità, adattarci ad essa. Di sicuro riprenderemo le abitudini di sempre, uscire la sera, andare al ristorante, al cinema, al teatro, in palestra, ma non si ritornerà come prima”.

Ci saranno delle abitudini, dei modi di vivere, degli stili di vita che in qualche modo metteranno in evidenza questo cambio di normalità?

“Non parlerei di stili o di comportamenti, ciò che cambierà radicalmente le nostre abitudini sarà il lavoro. Abbiamo avuto la dimostrazione di come lo smart working sia funzionale agli interessi delle grandi strutture economiche e comporti un risparmio significativo sui costi del lavoro. Se prima si era tutti legati ad un lavoro di tipo collettivo in ambienti comuni, adesso si andrà sempre di più verso una incentivazione e un’affermazione del lavoro a distanza. Avverrà più o meno lo stesso processo andato in scena in passato con l’automazione, che ha ridotto la presenza dei lavoratori in carne ed ossa dentro le fabbriche in favore dei macchinari e dei robot. Saremo sempre più soli e con sempre meno amici”.

Teme che anche nel mondo della scuola la didattica a distanza finirà con il prendere il sopravvento?

“Una cosa è certa, la distanza non rappresenta più un problema. Si tratta soltanto di ragionare su come adottare una modalità di insegnamento diversa da quella tradizionale. Se però nell’ambito aziendale questo passaggio dal lavoro in presenza al lavoro smart sarà rapido, nella scuola richiederà sicuramente tempi più lunghi e investirà soprattutto le università dove i cambiamenti già si sono visti. Se io prima dovevo andare in un ateneo italiano o estero, l’università doveva pagarmi oltre al costo della lezione, anche le spese del viaggio e del pernottamento. Adesso con il sistema della lezione a distanza niente più aereo, niente più alberghi, niente più bere, dormire e mangiare, niente più spese e costi. Ovviamente nei livelli più bassi, dalle elementari ai licei, sarà molto più difficile calare questa nuova modalità di insegnamento a distanza ed è giusto che sia così. Anzi, spero vivamente che non prenda piede e che si vada avanti con l’esperienza di sempre”.

Rischiamo insomma di diventare tutti asociali, privi di legami perdendo il senso della comunità?

“Certo, dovremo abituarci ad avere meno amici, meno esperienze umane. Del resto cosa è accaduto con la rivoluzione industriale? Con la grande mobilitazione delle masse lavorative si è abbandonato il villaggio e ci si è trasferiti nelle grandi città dove sono nate le periferie. Ma se prima nel villaggio si conoscevano praticamente tutti, in città ci si conosce spesso a malapena con il vicino di casa. Oggi siamo di fronte ad una nuova alienazione del lavoro con la perdita non più soltanto dei diritti sociali, ma anche dei rapporti umani. La società in pratica diventerà come una grande fabbrica dove oggi tutto è robotizzato, dove la tecnologia ha sostituito la forza lavoro manuale e dove l’uomo non produce più direttamente il materiale, ma fa muovere le macchine che lo producono al posto suo. Scomparirà anche l’ambiente lavorativo come lo abbiamo conosciuto finora, fatto di contatti e relazioni personali”.

Quindi lei crede al grande reset? Ovvero alla teoria secondo la quale il Covid sarebbe tornato utile a ridisegnare un nuovo modello economico, sociale, antropologico?

“Purtroppo sì, tante cose cambieranno, anche se non sarà comunque un processo immediato. Lo smart working è uno strumento che sta tornando molto utile al rafforzamento del sistema della comunicazione globale in ambito lavorativo. Un processo purtroppo irreversibile”.

Quindi saremo sempre più isolati in un mondo virtuale globalizzato?

“L’informazione e la comunicazione certamente saranno sempre più globalizzate, ma paradossalmente assisteremo ad un controsenso. Perché obiettivo della globalizzazione è mettere tutto il mondo in relazione, mentre adesso con la distanza diventerà fondamentale capire quali spazi potranno essere riservati ai rapporti umani, alla storia, alle tradizioni di ognuno, in un mondo in cui saremo sempre meno in contatto gli uni con gli altri e sempre più dipendenti da internet e dalla tecnologia”.

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