Strage di Ardea, parla Bruzzone: “Ecco l’identikit del killer. Chi poteva fermarlo”

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Sono iniziati ieri presso l’istituto di medicina legale di Tor Vergata le autopsie per le tre persone, tra cui due bambini, uccise domenica ad Ardea per mano di Andrea Pignani. La procura di Velletri, che sulla vicenda ha avviato una indagine al momento contro ignoti, ha affidato questa mattina l’incarico per procedere con l’esame autoptico. Ma non si placano le polemiche; sembra infatti che il killer già in passato avesse dato evidenti segni di squilibrio mentale ma nonostante ciò nessuno avrebbe provveduto a togliergli l’arma che il padre, morto a novembre 2020, deteneva regolarmente. Domenica mattina Pignani, ingegnere informatico ormai disoccupato, è uscito di casa intorno alle 11 con felpa, guanti, uno zainetto sulle spalle e la pistola in pugno. Arrivato al parco ha sparato a bruciapelo a David e Daniel Fusinato, fratellini di 5 e 10 anni, e a Salvatore Ranieri, pensionato di 74 anni che passava in bicicletta. Abbiamo parlato del caso con la psicologa e criminologa Roberta Bruzzone.

Dal punto di vista criminologico come possiamo definire Andrea Pignani?

“Abbiamo pochi dati in realtà per poter fare una descrizione accurata di questo soggetto. Sappiamo che è stato sottoposto a visita psichiatrica volontaria, perché da quanto ho letto sui giornali si sarebbe presentato spontaneamente in ospedale con l’ambulanza dopo una lite violenta con la madre e la chiamata al 118. In ospedale gli sarebbe stato riscontrato uno stato di agitazione psicomotoria, patologia che è riconducibile a diversi quadri psicopatologici. Poi sarebbe stato trattenuto per alcune ore, per essere dimesso il giorno successivo. Da quello che ho letto, i sanitari avrebbero riscontrato la necessità di un trattamento psichiatrico, ma senza ricovero. Temo che la sua situazione possa non essere stata analizzata nella giusta prospettiva, perché il tempo trascorso in psichiatria non è stato sicuramente sufficiente per un approfondimento”.

Possiamo parlare in questo caso di personalità borderline?

“Direi proprio di sì. Siamo di fronte ad un soggetto di 34 anni che non è riuscito a concretizzare nessun progetto di vita stabile, con una scarsissima tolleranza alla frustrazione, una bassissima autostima, una evidente incapacità di relazionarsi con il mondo circostante, propenso a scatti di ira e a manifestazioni di ostilità anche per delle sciocchezze. Quindi mi pare che i tratti borderline ci siano tutti”.

Perché si è scagliato contro due bambini? C’è una logica folle in questa decisione?

“Credo che in lui vi sia stata una escalation che ha contribuito alla formazione di un vero e proprio quadro paranoico, che del resto è un comportamento perfettamente coerente con una personalità borderline. In pratica si è radicato in lui un odio verso tutti gli altri che ha iniziato a vedere come nemici. La sua sofferenza psichica evidentemente quel giorno è esplosa in maniera ancora più incontenibile del solito, e questo lo ha spinto ad uscire con la precisa volontà di uccidere chiunque gli capitasse a tiro. Nella sua testa in quel momento tutti erano visti come nemici, compresi i due bambini che hanno avuto la disgrazia di capitargli davanti”.

E il fatto che poi si sia ucciso, che sta a significare? Una presa di coscienza dell’orrore compiuto?

“Queste personalità sono fortemente autodistruttive. Nel momento in cui si è reso conto di ciò che aveva fatto, come dimostra il fatto che è scappato barricandosi in casa, non gli è rimasta altra soluzione che uccidersi. Ha capito perfettamente ciò a cui sarebbe andato incontro e ha reagito come farebbe chiunque altro nelle sue stesse condizioni”.

Ci sono state delle responsabilità in questa vicenda?

“Io ne vedo molte, anche se poi non sono in grado di stabilire chi le abbia o meno. Penso che un soggetto ricoverato in stato di agitazione psicomotoria necessiti almeno di un approfondimento psichiatrico, perché si tratta di una patologia che non finisce lì, ma può generare diversi stati. A volte si sviluppano delle personalità ansiose, altre volte come nel caso in questione, delle personalità disturbate e molto pericolose. Un solo giorno di ricovero in psichiatria non può essere sufficiente per un approfondimento. E temo che le dimissioni siano avvenute sulla base di motivazioni generiche”.

Cosa andrebbe fatto in certi casi?

“Se arriva in ospedale un soggetto che ha minacciato la madre con un coltello, che ha 34 anni e vive isolato dal resto del mondo, un approfondimento ci deve essere, perché l’agitazione psicomotoria, prima che una disagnosi, è un sintomo che può derivare da quadri diversi che vanno esaminati in maniera accurata. E’ ovvio che questo ragazzo certe problematiche le avesse manifestate già prima di essere ricoverato, ma forse la famiglia aveva ritenuto di saperle gestire senza bisogno di ricorrere alle strutture ospedaliere, psichiatriche e sociali”.

Possiamo dire che c’è stato un concorso di sottovalutazioni?

“Temo di sì, anche perché ad un quadro psichiatrico già gravemente compromesso si è probabilmente aggiunta la pandemia, poi la morte del padre, e altri fattori concomitanti che hanno aggravato una situazione molto precaria. Purtroppo dobbiamo ammettere che la pistola ha poi fatto la differenza. E’ stata l’arma a fare da detonatore. E qui è davvero difficile negare responsabilità da parte di chi avrebbe dovuto impedire che quella pistola restasse in quella casa dopo la morte del padre che la deteneva legalmente. Il figlio probabilmente l’ha nascosta come fosse un feticcio del genitore scomparso. Veramente mi chiedo come sia possibile che l’arma sia rimasta in quella casa per tutti questi mesi e nelle mani di un soggetto del genere”.

Di chi sono in questo caso le responsabilità?

“Vede, la detenzione di un’arma quando muore il soggetto che la detiene legalmente è una questione molto critica. Buonsenso vorrebbe che chi ha l’autorità di recuperarla quando muore il detentore legale e nessun altro componente del nucleo familiare ha titoli per tenerla, lo faccia appena venuto a conoscenza della morte; ma troppo spesso sappiamo perfettamente che questo non avviene, come nel caso specifico, con l’aggravante che la pistola è rimasta nelle mani di un soggetto altamente pericoloso, la cui pericolosità però non è stata valutata in modo approfondito. E qui torniamo al concorso di responsabilità”.

La madre che ruolo ha giocato in questa storia?

“La madre appare chiaramente come una vittima, che evidentemente conviveva con la paura del figlio che l’aveva minacciata con un coltello. E sono certa che non deve essere stato piacevole per questa donna vederlo ritornare a casa il giorno dopo il ricovero sapendo che la situazione non sarebbe certo migliorata. Da quello che si è potuto capire, la madre probabilmente non ha compreso, o non ha voluto ammettere con se stessa, che il figlio era gravato da problematiche molto serie e anche lei ha evidentemente sottovalutato ciò che avrebbe potuto fare con quella pistola. Mi sembra oggettivamente difficile credere che non sapesse che l’arma fosse nella disponibilità del figlio. Anche perché ci sono dei testimoni che avrebbero riferito di averlo visto andare in giro con la pistola altre volte”.

Un’altra tragedia quindi che poteva essere evitata?

“Assolutamente sì, questo è purtroppo l’aspetto più inquietante di tutta la vicenda”.

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