Torino e il flop delle primarie dem. Ora tocca a Roma?

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Dopo Torino adesso Roma? Anche qui sarà un flop primario? Domenica, secondo le opinioni dei diretti interessati, si giocherà la partita decisiva. E si scriverà forse la parola fine a questa formula. La verità è che nemmeno le primarie sono quelle di prima. L’ultimo strumento di partecipazione democratica, il fiore all’occhiello e vanto del Pd, è ormai caduto, un mezzo consumato, anacronistico, una vecchia signora.
Nella capitale sabauda ha vinto Lorusso, ma a votare ci sono andate solo 11.651 persone, meno delle 16mila firme raccolte.

Cosa sta succedendo in casa dem? E’ una questione di identità, di nomi di scarso spessore, poco conosciuti; o l’effetto-overdose, la decomposizione, di un modo di fare politica, di cui si avverte da tempo solo la formalità, l’impossibilità a scegliere davvero?
Certo, i due schieramenti indubbiamente stanno soffrendo da questo punto di vista. Il ricorso a nomi nuovi, a candidati-sindaco civici per le prossime amministrative, comunque scelti dall’alto delle segreterie, la dice lunga sulla distanza tra Palazzo e società civile e sulla necessità da parte dei partiti di cambiare faccia.
Le primarie nel Pd, come detto, erano l’ultimo residuo di una politica anni Settanta e un elemento distintivo statutario. Dimostravano e vorrebbero ancora dimostrare, la superiorità della sinistra, rispetto alle gestioni autoritarie da caserma, che hanno sempre caratterizzato la destra.
Sinistra eterno sinonimo di democrazia, trasparenza e superiorità morale.

Peccato che invece, da anni il Pd (ex “partito degli ultimi”, degli oppressi, degli sfruttati, dei lavoratori), sia diventato il “partito dei primi”, dei garantiti, dei conservatori dello status quo; la bandiera di quella borghesia laicista e cosmopolita che ha svenduto i diritti economici e sociali per i diritti civili. E ancora: il partito del grande capitale, dei poteri forti, delle banche, delle lobby, specialmente da Renzi in poi. Al punto che nessuno sa più se sia un partito laburista, social-democratico, riformista, progressista, clintoniano-obamiano, o radicale di massa etc.
E infatti, Letta, appena arrivato ha cercato subito di rinnovarlo. Come? Facendolo uscire dalla zona Ztl, con battaglie demagogiche di retroguardia come il Ddl Zan, il voto ai 16enni, lo ius soli, la patrimoniale (la successione per elargire somme ai giovani). Utili per rinsaldare la base (quale?), dimostrare di esistere e di convivere con l’odiato Salvini.

Queste primarie dovevano essere il simbolo della ripartenza, del contatto col popolo. Prova ne è la prima uscita pseudo-elettoralistica di Gualtieri, il candidato-sindaco per Roma, che ha scelto il quartiere Tor Bella Monaca, per strappare le borgate alla destra o alla protesta populista (ex-grillina).

Ma i numeri torinesi sono stati impietosi. Lontani i tempi che incoronarono Marino (100mila partecipanti ai gazebo), che però, pure allora suscitarono polemiche per la presenza di alcuni abitanti dei campi rom. Già le primarie al tempo di Giachetti sancirono una certa involuzione: 45mila persone. Ma l’altro giorno, una tregenda.
Il tema è Lorusso divisivo e contrario all’alleanza “riformista” con i grillini che, al contrario, la base vuole? Per logica medesimo destino dovrebbe avere la consultazione romana di domenica. Nella capitale la sinistra è divisa in tre: Raggi (5Stelle), Gualtieri (Pd) e Calenda (sinistra centrista), gli altri candidati dem alle primarie non contano, la loro presenza è di facciata, senza chance. Pertanto, pure per l’ex ministro dell’economia del governo Conte non dovrebbe essere un plebiscito.
L’unico luogo unitario al momento è Napoli, con Manfredi. Non a caso Conte ha cominciato il suo nuovo corso dirigenziale grillino proprio da lì.

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