Con Biden torna la cara vecchia guerra fredda, e all’Europa va bene così

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In una settimana appena il presidente USA Joe Biden ha avvolto all’indietro le relazioni tra Usa e Ue riportandole a come erano non tanto prima di Trump (per quello non ci voleva molto) ma prima dello stesso Obama – mai troppo tenero con l’Europa al di là dei sorrisi di facciata – e di Bush figlio. Una luna di miele simile tra nuovo e vecchio mondo non si vedeva dai tempi di Bill Clinton. Negli incontri del G7, poi nella riunione Nato di lunedì e infine nell’incontro con i vertici di Bruxelles ieri Biden si è impegnato a far approvare una web tax globale che faccia finalmente pagare ai giganti del web (tutti americani) tasse in base ai profitti che fanno negli singoli stati, ha messo fine al contenzioso tra Airbus e Boeing che si trascinava da 14 anni e ha di fatto bloccato i dazi reciproci che stavano mettendo a repentaglio l’interscambio commerciale fra le due sponde dell’Atlantico.

I diplomatici europei non credevano alle loro orecchie quando sentivano l’inquilino della Casa Bianca usare tante attenzioni nei loro confronti e risolvere con due parole tensioni che si trascinavano da anni, ma ci hanno messo poco a capire il motivo di tanta benevolenza. L’Europa è tornata in cima ai pensieri degli Stati Uniti per gli stessi motivi per i quali c’era rimasta per quarant’anni durante la Guerra Fredda; perché agli Usa serve un alleato affidabile e sufficientemente forte contro la superpotenza nemica del momento. Nella seconda metà del ‘900 era stata l’Unione Sovietica, adesso è la Cina.

Quanto è stato deciso in questi giorni va letto in quest’ottica: l’accordo tra Airbus e Boeing è stato siglato perché Pechino è arrivata con la sua azienda a controllo statale Comac a realizzare aerei in grado di essere venduti sui mercati internazionali, minacciando di mettere fine a un duopolio che durava da decenni. E l’intesa sulla global tax serve a ricordare alle varie Amazon, Google e Facebook che a comandare sono sempre gli Stati ed è bene non trattare mercati ricchi ma illiberali come quello cinese alla pari dell’occidente democratico. Pure lo stop ai dazi ai prodotti europei non segna la fine del protezionismo americano, ma la volontà di unificarlo con quello del vecchio continente e di usare i dazi come arma di dissuasione nei confronti della Cina. D’altra parte il Memorandum of Understanding firmato il 15 giugno da Washington e Bruxelles parla esplicitamente di affrontare “la sfida posta dalle economie non di mercato”, spiegando che per riuscirvi USA e UE condivideranno informazioni sulla sicurezza informatica, faranno investimenti congiunti in settori che coinvolgono tecnologie critiche e reagiranno ogni volta che la Cina aiuterà le sue imprese con aiuti statali (ovvero sempre).

La situazione è chiara, anche se c’è un po’ di imbarazzo ad ammetterlo: per rispondere alle sfide dei prossimi decenni l’anziano Biden ha deciso di andare sul sicuro e tornare ai tempi della sua gioventù, rispolverando il caro vecchio blocco occidentale contro il nemico asiatico. Dall’altro lato l’Europa, dopo aver sperimentato quanto sia difficile affrontare l’economia mondiale da sola, priva com’è sia dello spirito innovativo yankee che del capitale industriale cinese, ha capito che per affrontare indenne i prossimi stravolgimenti globali le conviene tornare a mettersi sotto l’ala di Washington. Da qualche parte il vecchio Reagan si sta divertendo da matti.

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