Recovery a Cinecittà. Draghi e Ursula, il gatto e la volpe. Manca la politica

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Orgoglio è stata la parola-chiave dell’incontro tra Mario Draghi e Ursula Von der Leyen. Il premier a Cinecittà ha detto con tono mistico che “è un momento di orgoglio”, e la presidente della Commissione ha completato la scena, reiterando il concetto: “Orgogliosa di sostenere l’Italia”.

Oggetto del (non) contendere, ovviamente, la promozione tricolore del Recovery: ben dieci A (la disposizione dei capitoli di spesa, i temi, la gerarchia degli investimenti), solo una B, sui costi e l’invito a controllarli quando arriveranno i soldi di Bruxelles.
Una buona notizia? No. E’ stata la cronaca in pompa magna dell’ovvio. Una trama scontata. Un film (infatti la location romana, inaugurata a suo tempo da Mussolini, è stata quanto mai opportuna). I due sodali da sempre si sono legittimati a vicenda. Della serie, il gatto e la volpe. Del resto, appartengono alla stessa filosofia economica, finanziaria e lobbistica. E questo, naturalmente, a prescindere dalla loro competenza, autorevolezza e preparazione. Che sono evidenti.

Domanda: qualcuno poteva temere la bocciatura del Pnrr? Ma se tutto è stato pensato, ritoccato, rivisto e inviato ai sacri palazzi (senza un vero controllo parlamentare, anzi Camera e Senato sono stati proprio bypassati), proprio per essere approvato di imperio, come si poteva incorrere in una disavventura, in un incidente di percorso?
Adesso, da qui al primo stanziamento, tutti cercheranno di intestarsi il risultato. I nostalgici di Conte (Pd, 5Stelle e Leu) già stanno dicendo che è stato merito dell’esecutivo giallorosso, con l’aggiunta in corsa del contribuito di Draghi. Gli altri, “i draghiani sulla via di Damasco” (Lega, Fi etc), già dicono che il merito è del lavoro successivo. Renzi ha detto che se non fosse stato per lui, il Recovery “contiano” sarebbe stato un fiasco.

E adesso? Gli occhi puntati sulla “Fase-2”: l’arrivo della prima mancia estiva (24 miliardi) e l’esecuzione dei progetti.
La verità, che nessuno ha il coraggio di dire, è che da mesi abbiamo celebrato il commissariamento della democrazia. La definitiva scomparsa del primato della politica, con partiti, senza più anima, totalmente asserviti alle logiche globaliste delle caste e dell’economia finanziaria della Ue.
Ursula è felice: con Draghi è riuscita a controllare l’Italia dalle pulsioni sovraniste. Il premier gongola: “Abbiamo messo a punto un piano per rendere il nostro paese più giusto, più competitivo e più sostenibile nella sua crescita”. E qui casca l’asino.

Cosa vuol dire un paese più giusto, competitivo e sostenibile? Ecco la trappola. Che svela il disegno ideologico del Recovery: la trasformazione eterodiretta della società italiana grazie all’emergenza pandemica. Una società omogenea a Bruxelles, liberista, euro-allineata, laicista, che chiamano moderna. Prova ne sono i perimetri obbligati per ottenere i fondi: green economy, digitalizzazione, intelligenza artificiale. E le riforme strutturali che verranno imposte ai popoli: riforma della giustizia, della pubblica amministrazione, del fisco, del debito.

Cosa c’entrano queste riforme con la ragione sociale del Recovery? Che tra l’altro mette la sanità all’ultimo posto? E ancora: vi dice niente, la spinta di Draghi ad avere i suoi amici nei ministeri-chiave o a mutare la definizione dei ministeri, dando priorità proprio alle voci del Recovery, tipo ministero dell’innovazione tecnologica e digitale?
Meditate gente, meditate.

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