Chi rompe non paga e ci lascia con i cocci. Su Banca Marche la UE si defila

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È un po’ come aver invocato il Var per poi far controllare l’azione incriminata all’allenatore della squadra autrice del fallo: era abbastanza prevedibile che la richiesta si concludesse con un nulla di fatto. Eppure la sentenza del Tribunale UE che dà torto ad azionisti e obbligazionisti subordinati di Banca delle Marche contro la Commissione Ue, che non aveva autorizzato l’intervento del Fondo italiano di tutela dei depositi per ricapitalizzare l’istituto, fa comunque male a leggerla.

In essa si scopre che “La risoluzione di Banca delle Marche da parte delle autorità italiane è stata essenzialmente determinata dal suo stato di dissesto. La Commissione non può essere ritenuta responsabile di aver impedito il suo salvataggio”. Un totale controsenso che ignora il cuore della questione: la banca era in dissesto ma, come accadute a molti altri istituti di credito in giro per l’Europa, avrebbe potuto essere salvata grazie a uno strumento nato proprio per evitare i fallimenti, quel Fondo italiano di tutela dei depositi che era pronto a fornire la liquidità necessaria. Considerazioni ignorate dal Tribunale, che ha preferito ricordare che gli elementi “decisivi” che hanno costretto le autorità italiane alla risoluzione furono lo stato di dissesto della banca, che nel settembre 2015 aveva perdite complessive per 1.445 miliardi di euro e un  deficit patrimoniale di 1.432 miliardi, e il fatto che gli amministratori straordinari non furono in grado di “definire interventi” di soggetti privati che potessero risolvere la  crisi. Inoltre, a sentire i giudici, un intervento del Fitd tanto rapido da salvare la banca sarebbe stato comunque impossibile.

Ma facciamo un passo indietro: nel 2014 il Commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager assimilò le risorse del Fidt, alimentato – ricordiamolo – dalle banche private e non da risorse pubbliche – ad aiuti di stato, e vietò il suo intervento nel salvataggio di Tercas, rendendo inevitabile la risoluzione della banca e imponendo il burden sharing (insomma, le perdite) anche a danno dei piccoli risparmiatori. Non fu l’unico stop: nei mesi successivi subirono la stessa sorte Banca Etruria, Carichieti, Cassa di Ferrara e appunto Banca Marche, inaugurando così una fase di sofferenza per le banche italiane dalla quale si comincia a uscire solo oggi. Nel marzo scorso i giudici europei avevano condannato l’operato della Vestager, con una sentenza che riferendosi alla Tercas aveva chiarito che l’intervento del Fidt “non era imputabile allo Stato italiano né finanziato mediante risorse statali da esso provenienti” e che di conseguenza quello della Commissione era stato un “errore di diritto”. Ma questa volta i giudici hanno sostenuto che poiché le autorità italiane non avevano richiesto l’intervento del Fidt la Commissione non ha responsabilità nel fallimento. Ma le autorità non l’avevano fatto perché, proprio a partire dal caso Tercas, sapevano che l’intervento sarebbe stato bocciato.

In ogni caso cambia poco, perché anche nel caso Tercas l’Italia – e i piccoli azionisti della banca – non hanno ottenuto alcun risarcimento dalla UE e si sono dovuti accontentare di una vittoria morale, senza neanche la soddisfazione di ascoltare le scuse della Vestager. La commissaria si è infatti rifiutata di ammettere i errori e responsabilità nei fallimenti delle banche. Fallimenti in seguito ai quali, è bene ricordarlo, sono stati bruciati 60 miliardi di ricchezza complessiva, danneggiando 140mila risparmiatori. Se non è un fallo da rosso diretto questo…

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