Fulvio Abbate sulla Carrà: “Ma quale rivoluzionaria, vi spiego l’icona”

8 minuti di lettura
1

La morte di Raffaella Carrà è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Nessuno sapeva della sua malattia che l’ha portata via all’età di 78 anni. Ne ha dato notizia nel pomeriggio di ieri il suo compagno di una vita Sergio Japino che ha scritto: “Raffaella Carrà è morta per una malattia che da qualche tempo aveva attaccato quel suo corpo così minuto eppure così pieno di straripante energia”. Ma cosa ha rappresentato Raffaella Carrà per l’Italia e gli italiani? Per alcuni è stata un simbolo di anticonformismo, di trasgressione, per altri l’icona della tv per famiglie, l’alter ego femminile di Pippo Baudo. Ne abbiamo parlato con lo scrittore Fulvio Abbate con il quale abbiamo cercato di sfuggire dalla retorica e dal conformismo tipico italiota che accompagna puntualmente la scomparsa di ogni vip.

Raffaella Carrà apripista della rivoluzione sessuale con il suo storico ombelico? Una rappresentazione che non l’ha mai convinta. Perché?

“Per aver messo in dubbio il carattere rivoluzionario del suo ombelico in queste ultime ore mi hanno dato del fascista, anzi, del ‘più amato dai rossobruni’, pensi un po’ lei. Ma c’è un equivoco di fondo in tutto questo”.

Ossia?

“Le masse giovanili negli anni settanta non stavano davanti alla televisione a guardare la Carrà, stavano nelle piazze a fare le loro lotte, a fare l’amore, ad affermare il principio del piacere. La Carrà, come ha scritto un caro amico, parlava ad un’Italia essenzialmente rurale, piccolo borghese, da balera televisiva, lo stesso pubblico di Al Bano e Romina e Orietta Berti. Non è neanche lontanamente plausibile ritenere che il Tuca-Tuca e il suo ombelico abbiano contribuito alla liberazione sessuale di questo Paese. Tutt’al più hanno avuto a che fare con la censura televisiva tipica della tv democristiana, dorotea, di Bernabei. Un problema quindi interno all’ambito televisivo del Teatro delle Vittorie. Descriverla come una sorta di Rosa Luxemburg della televisione è antistorico e non è minimamente plausibile. Cosa dovremmo dire allora di Brigitte Bardot? Lì, con lei, c’è stato davvero un messaggio rivoluzionario; irrilevante che da anziana sia poi diventata lepenista”.

In molti l’hanno anche descritta come un simbolo della lotta per i diritti Lgbt. Anche questa idea sembra non convincerla come ha scritto sul Riformista. Perché?

“Anche qui c’è un equivoco di fondo che ha portato a dare un valore materno alla sua immagine televisiva. Ricordo una ragazza lesbica che disse di vedere in lei la madre che avrebbe voluto. Ma non mi risulta che abbia mai fatto un pubblico pronunciamento televisivo, forte e chiaro, in difesa dei diritti Lgbt. La sua vicinanza al mondo gay è stata soltanto apparente e collegata unicamente al suo modo di vestire e a quella gioia carnascialesca che caratterizza molte delle sue canzoni”.

Fra i programmi della Carrà ce ne è stato qualcuno che ritiene di qualità e meritevole di essere ricordato nella storia della televisione italiana?

“Sicuramente i programmi in bianco e nero con scenografie e coreografie straordinarie, ‘Milleluci’, i suoi duetti con Mina. Non certamente ‘Pronto Raffaella’ con il barattolo dei fagioli di cui da casa si doveva indovinare il numero, o ‘Carramba che Sorpresa’ che proseguivano sulla strada dell’orrore tracciata da Portobello di Enzo Tortora”.

Negli anni settanta fra Mina e la Carrà c’era una forte competizione che divideva gli italiani quasi in due partiti. Lei chi preferiva delle due?

“Non credo siano possibili paragoni fra loro. Mina è una cantante, la Carrà era una soubrette che poi si è dedicata alla conduzione. Non sono assimilabili in alcun modo. La discografia della Carrà, che pure è ricca e variegata, non credo sia lontanamente paragonabile a quella di Mina. Il ‘Cielo in una Stanza’ cantata da Mina è un capolavoro assoluto, così come ‘La Canzone di Marinella’ perché come diceva Fabrizio De Andrè ‘solo Mina sa creare grappoli di note’, ‘certe canzoni sono possibili soltanto ad un genio musicale, a chi sa prima di conoscere’. Le canzoni della Carrà scritte da Boncompagni sono assimilabili soltanto al samba ‘Brigitte Bardot’, alle canzoni da trenino di capodanno o di carnevale”.

E’ d’accordo con chi ha scritto che la Carrà era l’alter ego di Pippo Baudo, ovvero il simbolo femminile della tv per famiglie, la tv di Fantastico, Domenica In ecc.?

“Sono amico di Pippo Baudo e gli voglio molto bene, ma la loro era la classica televisione nazional-popolare che non ha minimamente modificato il costume di casa, come amava dire Umberto Eco. Forse ha liberato le ballerine di fila dalle calze coprenti. Ma che il Vaticano si sia scandalizzato per il Tuca-Tuca lo trovo del tutto irrilevante. Come ho già detto, negli anni settanta la rivoluzione la facevano le masse giovanili e la Carrà era seguita dagli adulti, dai telemoenti, gli stessi che anni prima seguivano Lola Falana. Non c’è stato in lei alcun gesto anticonformista, se non nel tentativo di modernizzare le coreografie ingessate del Teatro delle Vittorie. Per i giovani che hanno creduto nella contestazione tutto questo era muffa”.

Come commenta il fatto che, dopo una vita trascorsa sotto i riflettori, abbia scelto di tenere nascosta la grave malattia che l’affliggeva e che l’ha condotta alla morte? Perché chi è abituato ad avere la propria vita costantemente in piazza, quando poi deve affrontare delle difficoltà sceglie di spegnere le telecamere intorno a sè?

“Queste sono scelte personali da rispettare. Io sono reduce da un tumore e l’ho reso pubblico, perché personalmente ritengo inaccettabile che la malattia sia vista come una sorta di stigma sociale. Ognuno deve essere però libero di scegliere ciò che ritiene più opportuno. E’ ovvio che una persona che sa di essere in uno stato terminale di una malattia non ha piacere che la sua condizione sia portata a conoscenza di tutti. Su questo non c’è nulla da dire”.

1 Comment

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

In casa Roma idea Reinildo, Pau Lopez a Marsiglia per visite mediche

Articolo successivo

Scherma, Criscio: “Olimpiadi attesa e speranza di una vita”

0  0,00