Europei. L’Inghilterra, “perfida Albione”, ancora con la sindrome coloniale

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C’erano tante ragioni per cui io patriota, ovviamente italiano, simpatizzassi anche per l’Inghilterra. Ne elenco qualcuna: la sua storia, la sua cultura, l’identità antica e moderna, il diritto non scritto, la democrazia, la capacità di riconoscersi nei simboli identitari, a partire dalla monarchia (la regina Elisabetta è amatissima). Monarchia, istituzione millenaria che ha garantito il progresso nella continuità della tradizione.

Molto meglio di noi, paese sfilacciato, senza anima e unità, anarchico e individualista, un po’ straccione e troppo mammone (le abbiamo sentite tutte le dediche familiste dei nostri giocatori dopo la vittoria). E ancora: un paese il nostro, esterofilo per postura intellettuale e nazionalismo frustrato (il complesso storico del fascismo, della guerra persa), in grado di recuperare una sorta, una parvenza di nazionalismo solo in occasione delle partite. Cantando quell’inno che evidenzia una evidente scollatura, una palese schizofrenia (“siam pronti alla morte”) tra l’autoesaltazione virtuale, le dichiarazioni da bar e la realtà di un popolo, nella stragrande maggioranza, menefreghista, indifferente al bene comune, all’interesse collettivo, al civismo, alla patria vissuta come militanza vera, quotidiana e pubblica. Mi riferisco a quel concetto di “idiota” che ci affligge da secoli, ossia la persona che non ha una minima idea generale della polis, ma si limita al suo particolare, privato, domestico. Un mix di opportunismo, clan ed egoismo. E poi, altra ragione non da poco, per vedere con simpatia l’Inghilterra, il fatto che la presidente della Ue, la regina-Ursula, ha detto che in odio alla Brexit, avrebbe tifato per l’Italia.
E invece, l’esito della partita, i comportamenti degli inglesi, mi hanno convinto a restare patriota del tricolore e basta.

L’Italia, al di là dell’enfasi del giornalismo sportivo nostrano (infantile, enfatico ed emotivo, più da tifoseria che da sport), non ha giocato benissimo. Era stanca, il primo tempo è stato disastroso. I nostri sono stati bucati come burro, dalle veloci scorribande inglesi. Se non fosse stato per qualche guizzo personale (in primis, di Chiesa) e gli ultimi alfieri del catenaccio italico (Chiellini e Bonucci), sarebbe stato buio pesto. Poi, nel secondo tempo abbiamo risalito la china, prevalentemente in attacco, ma camminando e correndo molto poco e con troppi passaggi all’indietro. Comunque, se guardiamo a tutto il percorso intrapreso fino alla finale, abbiamo meritato di conquistare l’ambito trofeo, anche se giunto ai rigori, un’altra lotteria ingiusta. Era meglio la desueta formula, quella di far ripetere, in caso di reiterato pareggio, la partita. Esattamente come accadde nel 1968, quando vincemmo gli Europei.

Ma l’Inghilterra, va detto, ha perso pure se avesse vinto. Ha perso moralmente. Popolo e squadra si sono dimostrati non all’altezza dello stile sportivo di una grande competizione. I tifosi hanno fischiato l’inno italiano e i giocatori si sono distinti per spocchia, arroganza e prepotenza. Ci hanno accusato di fare i cascatori, quando loro hanno brillato per la medesima cosa, arrivando in finale grazie a una sceneggiata (il rigore contro i danesi non c’era). Non hanno dato mai la mano negli scontri e si sono subito tolti la medaglia d’argento dal collo, in segno di protesta, di rancore e delusione. Verso chi, se non verso loro stessi?

Tutti atteggiamenti che nascono da un complesso di superiorità che in passato li ha portati ad essere razzisti molto prima di altri popoli. E’ la sindrome coloniale, imperiale, mai dimenticata, che sopravvive con un classismo difficile da sopportare.
Loro hanno avuto un impero vero, noi in età moderna, da burletta. Ma meglio un impero da burletta che il loro. Se questi sono i risultati.
O almeno, è risorto forse il vero unico nostro impero: quello antico-romano. Quando noi avevamo l’acqua calda e loro nemmeno i bagni.

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