No, l’Italia non è più la patria del contante. Ecco perché.

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I giornali italiani ci si sono lanciati subito: non appena la Banca d’Italia ha pubblicato le stime mensili sulla moneta posseduta da cittadini, banche e imprese – che hanno certificato l’aumento delle banconote in circolazione nel nostro paese – non hanno resistito alla tentazione di titoli enfatici sul ritorno al contante e il fallimento dei pagamenti digitali. La verità è ovviamente un’altra, e ci vuole poco a scoprirlo.

Certo, leggendo che a maggio le banconote circolanti in Italia hanno raggiunto la cifra record di 245 miliardi di euro – segnando un aumento del 16 per cento rispetto a gennaio 2020, quando ne giravano per 34 miliardi in meno – viene facile la tentazione di concludere che non sappiamo proprio rinunciare ai pagamenti in carta moneta, così comodi, facili e soprattutto invisibili al fisco. Ma questo dato va accompagnato a quello sull’utilizzo dei pagamenti digitali, che risultano in aumento del 6,6 per cento rispetto al 2019. Come si spiega questa contraddizione? Semplice: il contante in più non si trova nelle tasche dei cittadini, ma nelle casseforti delle banche, che ne hanno fatto incetta come sempre accade nei periodi di crisi, quando gli investimenti crollano e molto denaro rimane inutilizzato. Non a caso l’ultimo grande incremento risale al 2008, nei mesi che succedettero al crollo di Lehman Brothers. E infatti nei primi cinque mesi del 2021, con l’economia che ha cominciato a dare sempre più convinti segnali di ripresa grazie alla campagna vaccinale e al Piano di ripresa finanziato da Bruxelles, tale aumento è stato molto più contenuto, assestandosi sul +3,4 per cento tra dicembre 2020 e maggio.

La pandemia ha infatti indebolito di molto l’abitudine degli italiani di effettuare i piccoli pagamenti in banconote: la necessità di evitare contatti per motivi igienici ha costretto anche i negozianti più restii a dotarsi di POS funzionanti e difficilmente a emergenza Covid finita si tornerà al vecchio sistema, soprattutto perché le nuove generazioni sono abituate a pagare con lo smartphone, senza neanche tirare fuori il portafogli (che forse è un accessorio destinato a sparire come già accaduto all’orologio da polso, quasi sconosciuto agli under 25).

I giovani potrebbero quindi diventare gli ignari alleati della UE, che sta lavorando da anni per convincere i cittadini ad abbandonare il contante, che essendo uno strumento di pagamento del tutto anonimo è il miglior sistema per riciclare denaro. Il Vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha presentato la scorsa settimana un pacchetto di misure antiriciclaggio che punta a imporre un tetto massimo di 10mila euro ai pagamenti in contanti. Per l’Italia non cambierà nulla, perché da noi il tetto è da tempo fissato ad appena 2mila euro (e l’attuale governo sta pensando di ridurlo a mille), ma se la riforma verrà approvata si tratterebbe di un cambiamento epocale per la Germania, dove l’ossessione per la privacy ha mantenuto le banconote molto più popolari di qualunque sistema alternativo per effettuare pagamenti (ed è infatti uno dei paesi nei quali è più facile riciclare denaro di provenienza illecita). Insomma, se dobbiamo parlare di patria del contante, è bene cominciare a guardare a Berlino, non certo a Roma. Con buona pace dei giornali italiani ancora affezionati ai vecchi stereotipi.

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