De Donno. Quella macchia nelle coscienze che in parecchi porteranno

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Adesso le cronache ieri, oggi e domani saranno tutte riduttive, minimaliste, asettiche, scarne. Giuseppe De Donno, medico-pneumologo, “si è suicidato”. Righe (neanche tante) senza sentimento, senza umanità, senza approfondire e scoprire le vere ragioni di tale gesto.

Qualcuno ricorda la demonizzazione, la criminalizzazione, le persecuzioni da lui subìte solo perché, nel primo lockdown ha osato sfidare il “pensiero unico etico-sanitario”, i protocolli ufficiali del ministero della Sanità (emanazione di centri decisionali più alti) che non andavano assolutamente messi in discussione?

Qualcuno, visto la morsa che si stringe sempre più violentemente sulle libertà costituzionali col Green pass, passato in pochi giorni da “passaporto per la salute” a “passaporto della libertà”, venduto mediaticamente addirittura come strumento indispensabile alla salvaguardia della ripartenza economica, si è chiesto se non sia il caso di obbligare il vaccino per legge?
E sapete perché lo Stato, la politica, le istituzioni interessate non lo faranno mai? Non per un residuale retaggio democratico e liberale, ma per il timore delle immense cause che si scatenerebbero, con relativi risarcimenti da capogiro.

Come noto, la responsabilità di eventuali morti “dopo” il vaccino (che continuano a chiamare “reazioni anomale”), non ricade su Big Pharma o su Bruxelles, ma proprio sugli Stati.
Obbligare al vaccino per legge vorrebbe dire, infatti, garantire, assicurare anche la non pericolosità dello stesso, oppure fare come per le sigarette: scrivere “il fumo uccide, causa il cancro” etc.
Rischio che finora si assume unicamente il vaccinato (pure felice da neo-fedele della nuova religione salvifica), firmando il consenso informato.

E qui, si colloca l’opera e l’azione sul campo di De Donno. Il suo plasma iperimmune non solo ha salvato parecchie persone ammalate di Covid (secondo uno studio di Pavia, la mortalità dei pazienti, fissata come media nazionale al 15%, col plasma iperimmune, laddove sperimentato si era abbassata al 6%), ma avrebbe smentito le prime terapie di Stato, circa le cure. In pratica, il sospetto o la certezza che l’uso dei polmoni di ossigeno non fosse idoneo, anzi deleterio, soffocando i malati.

Una prova provata di fronte a grossolani errori, suscettibili di infinite cause legali. Errori dovuti, va ammesso, anche alla incapacità strutturale e organizzativa di gestire e governare un fenomeno sconosciuto. Ci rifiutiamo di credere che fosse malafede.
Però De Donno, in quel momento, è stato trattato da criminale, da pazzo. Sono arrivati i Nas (il caso della donna incinta curata col plasma), gli hanno sequestrato i macchinari.
Non doveva e non poteva vanificare l’orientamento stabilito. E infatti, sono arrivati puntuali studi e analisi internazionali pronti a scartare questa cura.
In pratica, De Donno ha subìto le stesse umiliazioni, le stesse rappresaglie dell’Ordine e la stessa narrazione ghettizzante dei vari Montagnier, Tarro etc. Una china che l’ha portato a una scelta esistenziale e professionale alternativa, sempre all’insegna dell’umanitarismo e della dedizione al lavoro, ma di fuga: fare il medico di base (si era tolto pure dai social).

Un isolamento che lo ha spinto a compiere forse l’atto estremo. I suoi ultimi atti sono stati quelli di porsi come alfiere di una sorta di “medicina di base”, contro “la medicina delle aziende farmaceutiche” (le cure domiciliari, altro nemico della politica “etico-sanitaria attuale”). Medicina di base come logica conseguenza della sua teoria e della sua ricerca. E ancora una volta, in contrapposizione col sistema. Scelte che si pagano.
Al di là degli accertamenti e delle indagini sulla sua morte, resterà la macchia indelebile che in parecchi porteranno nelle loro coscienze.

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