Olimpiadi. Lo sport non è arcobaleno. E’ sport e basta. No politica

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Non se ne può più. Le Olimpiadi di Tokyo sono diventate le Olimpiadi del pensiero unico e della sua retorica. Non è una novità. Del resto, ogni occasione è buona per allineare, uniformare, indirizzare, la realtà al “politicamente e culturalmente corretto”.

Viene fatto da sempre. Lo scopo? Dimostrare che il mondo ormai è andato in una certa direzione e chi si oppone, chi fa distinguo, chi non condivide, è fuori dalla storia, è definitivamente relegato al passato; e se insiste con le sue tesi e opinioni, è xenofobo, omofobo, nazionalista, fascista, medioevale e via dicendo.
Non bastavano il cinema, l’arte, la cultura, la musica, gli influencer, soggetti e istituzioni d’avanguardia per normalizzare le tendenze alla moda. Adesso anche lo sport è diventato un veicolo utile, data la sua enorme popolarità, il suo grande impatto presso milioni di persone. Ignorando che le competizioni, al contrario, sono per definizione, gara, bandiera, appartenenza, identità storica, culturale, selezione sul campo, sacrificio, talento personale e di gruppo.

Dimenticando che ad esempio, i giocatori della nostra nazionale di calcio, prima in Europa, ha fornito modelli comportamentali e culturali non proprio progressisti, come le biografie di campioni come Locatelli, tutto casa, territorio e oratorio, “addirittura credente”; come Chiesa e Barella, che dopo la vittoria hanno chiamato la madre, e via dicendo (potremmo ricordare pure l’enfasi nel cantare l’inno, il non volersi inginocchiare anche qui, obbligati da una ritualità stucchevole antirazzista, nata negli Usa, unicamente per ragioni politiche anti-Trump).

Questa Olimpiade, al di là degli aspetti sportivi, bisogna ripeterlo, vogliono farla passare ai posteri con due messaggi imperativi: l’Italia di Draghi, un premier vincente, che riparte. Argomento ridicolo. Come la narrazione dei giornali istituzionali dopo la finale contro l’Inghilterra: “Vittoria europea dell’Italia”, una contraddizione in termini. Semmai, “l’Italia conquista l’Europa”: ma, scandalo, sarebbe stato un titolo “sovranista”.
E secondo messaggio, l’Olimpiade arcobaleno, l’Olimpiade dello ius soli. Basta leggere l’enfasi di tante, troppe storie personali degli atleti, pompate ideologicamente dai media.

Vanessa Ferrari (argento nel corpo libero), che cade, si rialza, e ricordata dai Tg, come l’atleta che fa ginnastica al tempo di “Bella Ciao” (guarda caso).
L’impresa stupenda di Marcell Jacobs, primo nei 100 metri piani, che fornisce a Giovanni Malagò il pretesto per aprire un capitolo politico che non c’entra nulla: “Non riconoscere lo ius soli sportivo è qualcosa di aberrante, folle”.

E ancora: Lucilla Boari (bronzo nel tiro con l’arco), che si commuove parlando della “sua ragazza”. E ancora: il nuotatore Markus Thormeryer che pontifica: “Partecipare ai Giochi essendo apertamente gay è un’esperienza liberatoria e offre un importante modello di riferimento a chi non ha ancora avuto il coraggio di esporsi. Spero che dopo l’Olimpiade il mondo cambierà in meglio”.

Infine: il re inglese dei tuffi Tom Daley: “Ci sono più atleti dichiarati a Tokyo 2020 che in qualsiasi evento sportivo mondiale del passato. Spero che qualsiasi giovane Lgtb, là fuori, non si senta mai più solo”.

Naturalmente le scelte personali restano tali, qualsiasi esse siano, e vanno rispettate. Ma restano, come devono restare, dentro ambiti privati. La loro ostentazione pubblica, la loro continua denuncia ed esposizione simbolica, la sindrome vittimistica, di vivere in un mondo non inclusivo, ma arretrato, che non esiste o esiste solo in modo assolutamente marginale, facilita la strumentalizzazione di una politica, di una cultura e di un circo giornalistico, in malafede o fragile, emotivo, alla ricerca di una distrazione di massa, per dimenticare la crisi pandemica e la morsa sanitaria in cui viviamo.
Ma lo sport non è un cinema politico, né un depistaggio. E’ pedagogia. E bellezza.

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