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Licenziamenti. Il governo draghi ha sbagliato?

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Italian Premier Mario Draghi during a press conference at Chigi Palace, Rome, Italy, 18 June 2021.  ANSA/GIUSEPPE LAMI

Per convincere gli italiani che la fine del blocco dei licenziamenti fosse una cosa buona, giusta e necessaria governo e Confindustria hanno ripetuto per mesi che quello era il segnale che ci stavamo riprendendo, che la crisi del Covid era alle spalle e che solo mandando a casa qualcuno le aziende si sarebbero rafforzate e avrebbero potuto crescere e assumere più di prima. E gli italiani, quasi tutti, ci hanno creduto. Per capire quanto questa fiducia fosse malriposta è bastato aspettare un mese: dal primo luglio a oggi si sono ritrovati senza un lavoro di 422 dipendenti di Gnk di Campi Bisenzio, gli 88 Henkel di Siena, i 250 della Whirpool di Napoli. Tra l’altro congedati senza un giorno di preavviso e con un messaggio su Whatsapp, a dimostrazione di una totale mancanza di rispetto nei confronti di persone che quelle aziende avevano contribuito a farle prosperare. Questo per parlare solo delle storie emerse sulle pagine dei giornali, perché coinvolgevano aziende che hanno i conti in salute e hanno chiuso solo per riaprire altrove, dove costa meno.

Ma non si era detto che i licenziamenti sarebbero serviti solo alle aziende in difficoltà, per “snellirle” (termine comunque osceno, che definisce i lavoratori non come una risorsa ma come qualcosa che appesantisce e si deve espellere per tornare in salute) e farle tornare più forti di prima? Pare invece che le aziende che licenziano chiudano i battenti e si lascino dietro capannoni vuoti e cancelli sbarrati col lucchetto. Altro che ripresa economica.

Il ministro del Lavoro Andrea Orlando prova ora a rimediare con una cabina di regia apposita, mentre la Cartabia col decreto che modifica la legge fallimentare si gioca la carta del tutor, un professionista che dovrebbe aiutare gli imprenditori a trattare con i creditori e risanare l’azienda a rischio chiusura. Questi tutor – che ovviamente non hanno niente a che vedere con quelli assunti per il Reddito di Cittadinanza – saranno scelti tra avvocati, dottori e commercialisti e inseriti in un elenco predisposto dal Parlamento. Uno strumento che suona complicato nella concezione e farraginoso nel funzionamento, e che in ogni caso non servirebbe a nulla per le società, come le già citate Gnk e Whirpool, che non sono affatto in cattiva salute e si liberano dei dipendenti solo per migliorare i loro conti. Il ministro Giorgetti, che ha ben 99 tavoli di crisi aperti sul tavolo del Ministero dello Sviluppo economico per un totale di 55mila posti da salvare, spera comunque che lo strumento arrivi presto a soccorrerlo.

Certo ci si dovrebbe pure impegnare per far incontrare l’enorme domanda di lavoro che arriva da disoccupati recenti e cronici e un’offerta che pare in aumento: secondo l’ultimo bollettino di Unioncamere e Anpal le imprese starebbero cercando ben 257mila lavoratori. Certo, a questo dovrebbero pensare i centri per l’impiego e i famosi tutor voluti dai grillini, ma sappiamo bene che fine abbia fatto il progetto targato M5S, il cui responsabile unico Mimmo Parisi è scappato in Mississippi con la coda tra le gambe. Il Reddito però non è destinato a sparire, dato che persino Mario Draghi lo ha difeso oggi davanti ai cronisti riuniti a palazzo Chigi, spiegando che non spetta a lui dire se verrà riformato ma che ne condivide “in pieno il concetto alla base”. Per carità, giusto difendere chi un lavoro non ce l’ha e col Reddito riesce a tirare avanti, ma certo da parte del premier sarebbe piaciuto lo stesso fervore anche per difendere chi prima dello sblocco dei licenziamenti un lavoro ce l’aveva.

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