Letta-Salvini: quando il gioco si fa Durigon. Ora tocca alla Lamorgese

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Ma qualcuno pensa veramente che il “problema-Durigon” fosse legato alla proposta di intitolare, anzi, di intitolare di nuovo, l’attuale piazza Falcone-Borsellino di Latina ad Arnaldo Mussolini, fratello del più noto Benito?
Le dimissioni del sottosegretario partono da lontano. Non sono state “un errore di comunicazione”, come lui stesso ha spiegato via lettera. Sono il frutto di una guerra di nervi dentro la maggioranza, che ha visto e continua a contrapporre Salvini e Letta. Con in mezzo Draghi. A svolgere il ruolo di autorevole e sempre più infastidito mediatore.

Ma andiamo per ordine. Cominciamo dall’accusa di fascismo rivolta a Durigon. E dal reato di cognome. Che non esiste.
Primo, le colpe storiche non ricadono e non devono ricadere mai sui parenti; secondo, Arnaldo Mussolini, fu estraneo agli aspetti più negativi e beceri della dittatura. Era un insegnante, un giornalista, un politico di antica scuola. Credente, ebbe il merito di avvicinare la Chiesa al fascismo (a lui forse si deve il fatto che il Concordato stabilì che l’unica forma di associazionismo consentito dal regime fosse l’appartenenza all’Azione cattolica). Al massimo, passò la sua breve vita (morì giovane, di infarto), a correggere le bozze dei discorsi del Duce e ad amministrare le casse del Popolo d’Italia. Ma tant’è.
Il suo fantasma si stava trasformando in un vulnus per la Lega, con relativo tormentone mediatico, rischiando di complicare, compromettere, la strategia politica “di lotta e di governo” di Salvini.
Un tormentone con “regia esterna”, da parte della sinistra; e un tormentone “interno”, da parte di una componente, quella moderata del Carroccio, si pensi a Giorgetti (“Quando si ricoprono incarichi importanti bisogna stare molto attenti a ciò che si fa”; ha detto al Meeting di Rimini).

Segno che l’antifascismo funziona sempre a sinistra, ma trova anche sponde, timori ossequiosi, complessi di inferiorità, ragioni esagerate di opportunità a destra (si tratta della “sindrome da legittimazione”).
Pd, grillini e Leu, quando non hanno più nulla da dire, riesumano il “pericolo littorio”. Letta, sul tema-Durigon è stato palesemente in malafede: da quando ha preso il comando del Pd ha subito tentato una carta consueta, rispolverando temi bassamente ideologici, come lo ius soli, il voto ai 16enni, il calcare la mano sul Ddl Zan.

Poi, visto il fallimento di tale sforzo, orchestrato per dimostrare di esistere e giustificarsi presso la base, per la presenza dell’alleato leghista nella medesima compagine di Palazzo Chigi, ha pensato di spingere sull’emergenza-nera (“l’apologia di fascismo è incompatibile col ruolo di Durigon e dunque con la sua presenza nel governo”). Un tesoretto elettorale da monetizzare in vista del voto di ottobre.
Ma, ciò che sorprende è che, dall’altra parte, ci si accodi. Ciò significa che in ballo ci sono altri giochi: ad esempio, tirare per la giacchetta Salvini, che non si decide a fare il salto della quaglia. Ossia, abbandonare definitivamente il Dna sovranista, l’appartenenza europea (Id), per schierarsi decisamente e definitivamente nell’area draghiana e nel Ppe. Una sorta di nuova Dc.
Visione che Salvini, al momento, impegnato a mediare, conciliare capra e cavoli, capra “governo” e cavoli “leadership del centro-destra” (per non farsi scippare il ruolo dalla Meloni), non intende seguire.

Adesso occorrerà vedere le ripercussioni delle dimissioni del sottosegretario. Il Capitano ha perso l’uomo-simbolo di Quota 100. Ma non resterà con le mani in mano: chiederà la testa del ministro degli Interni Lamorgese. Le sue ultime dichiarazioni sono una mina nella compattezza del governo: “Conto che questo gesto di responsabilità e generosità induca a seria riflessione altri politici di governo e non solo, che non si stanno dimostrando all’altezza del loro ruolo”.
Se son rose s-fioriranno. Anche perché Durigon è pure il garante della classe dirigente romana e laziale. E non è escluso un “effetto-domino” su tanti, troppi, equilibri territoriali, al momento tutti precari.
E Salvini, alla vigilia del voto, non può permetterselo.
Per Durigon si prospettano, infatti, nuovi più blasonati incarichi di partito. Mentre al suo posto si fanno i nomi di Massimo Bitonci ed Edoardo Rixi.

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