Draghi. Il suo sarà un settembre “rosso-nero”. Ecco le guerre

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Sarà un settembre nero, rosso, calmo, agitato, freddo, caldo, di fuoco? Il dubbio amletico è nell’aria. Già siamo una “Repubblica-spezzatino”, un pezzo presidenzialista (la democrazia diretta del web, le continue nomination tv e i sondaggi che condizionano tutti), un pezzo parlamentare (retaggio del passato), e un pezzo federalista (la pessima riforma del Titolo V).

Già siamo ancora pienamente dentro una problematica gestione pandemica che sta limitando di fatto le libertà costituzionali e i diritti civili dei cittadini; e come se non bastasse, ci accingiamo ad affrontare un nuovo periodo che sarà denso di contrapposizioni e conflitti sociali, politici, ideologici e istituzionali.
Il governo Draghi non è, e non sarà mai, “un governo di svolta”, come qualcuno tenta di dire e affermare. E’ “un governo di tregua” che ha solo rimandato a data da destinarsi le criticità endemiche e genetiche del nostro Paese, nel nome dei soldi del Recovery, cui si è aggiunta l’emergenza Covid.

Al momento, finito lo schema bipolare populista, “alto-basso”, popoli contro caste, siamo in attesa che torni lo schema “centro-destra vs centro-sinistra”, che ripartirà meccanicamente alle elezioni amministrative di ottobre e certamente in occasione delle prossime politiche, se mai ci saranno. Consultazioni che obbligheranno leader gli uni contro gli altri armati a ricompattarsi.

La “convergenza al centro” imposta dalla formula-Draghi, ha inizialmente frenato le pulsioni dei partiti, ma dopo qualche mese lo scontato scontro Letta-Salvini, ha conquistato le prime pagine dei giornali, minando gradualmente la forza di un disegno partorito dall’alto (Bruxelles e il Colle). Segno che prima o poi, come giusto, la dialettica politica doveva e deve necessariamente riprendere il sopravvento sulle priorità europee. Finora Lega e Pd si sono confrontati su temi assolutamente estranei all’esecutivo e quindi, pretestuosi. Letta, col Ddl Zan, lo ius soli, il voto ai 16enni; Salvini sull’immigrazione, la sicurezza, i valori etici. Strategie non solo finalizzate ad alzare le loro quotazioni interne alla maggioranza, ma anche e soprattutto per giustificare la rispettiva compresenza e coabitazione nella stessa coalizione.

Fin qui Draghi ha fatto valere la sua professionalità, il suo prestigio, la sua autorevolezza. Ma alla lunga potrebbe uscirne con le ossa rotte. Specialmente se la governance del Recovery e della pandemia dovesse risultare più complicata del previsto.
E in attesa di ciò, sono tante le questioni da risolvere. Proviamo ad elencarle.

Durigon con chi sarà sostituito? Essendo sottosegretario, è un affare del suo partito, oppure del premier? Come finirà la polemica alzo zero contro il ministro degli Interni Lamorgese? Salvini non può perdere su ogni fronte (dopo Durigon). L’argomento-migranti, sempre più numerosi, cui si aggiungerà presto l’esodo afghano, sarà una miccia devastante, che risveglierà ogni tipo di reazione e atteggiamento: il “partito dell’accoglienza umanitaria a sinistra”, il “partito della muraglia a destra”.
E ancora: il reddito di cittadinanza, fiore all’occhiello di un partito ormai virtuale come i 5Stelle “contiani” (informatico di nascita, informatico di numeri ora), sarà stravolto, abrogato, corretto?
E la riforma della giustizia, altro vulnus storico italiano? Il passaggio parlamentare sarà indolore o lascerà per strada morti e feriti?
In ultimo, ma non da ultimi, quota 100, le pensioni e il fisco. Non male come agenda per Draghi.
Scontri che da Palazzo Chigi si trasferiranno in Aula, come il Ddl Zan.

E per concludere, la fine del blocco delle cartelle esattoriali? La fine del blocco dei licenziamenti, cui il ministro Orlando in estate è riuscito a mettere una toppa?
Insomma, una polveriera, che vedrà un grave cortocircuito tra parlamento, governo e società. Come se non fosse bastata la guerra civile tra sì-vax e no-vax.

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