Elezioni. Cosa si nasconde dietro le tante liste. L’esempio di Roma

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Fino a qualche tempo fa, prima del Covid, il bipolarismo italico sembrava aver completamente rifiutato, espulso il classico schema anglo-sassone, conservatori vs progressisti, ri-declinato in mille altre vecchie-nuove salse, nel nome e nel segno dello scontro tra populisti (sovranisti, giustizialisti) e liberal, cioè tra “alto” e “basso”, popoli contro caste, identità contro globalizzazione, sovranità contro economia multinazionale e finanziaria, politica di Palazzo contro anti-politica.

Il modello gialloverde pareva, infatti, l’anticamera di uno sconvolgimento totale del sistema politico. Poi, gradualmente col governo giallorosso, lo schema anglosassone, pur in versione tricolore, ha ripreso piede con aggiustamenti in progress: riformisti (Pd e 5Stelle) contro centro-destra (sovranisti, patrioti e moderati, Lega, Fdi e Fi).
Con Draghi, esecutivo di tregua, abbiamo avuto addirittura una convergenza verso quel centro di gravità permanente, sparito con Tangentopoli. Un centro sinonimo di liberismo, tecnocrazia, europeismo e Recovery. Un processo non indolore, visto che i partiti hanno deciso di far parte della maggioranza, si sono e si stanno dilaniando in parecchie anime interne.

E se Salvini, Letta, Renzi, Conte, a causa della gestione costituzionale dell’emergenza pandemica, marciano pur conflittualmente in una stessa direzione (il mega partito unico, dove destra e sinistra, al di là delle risse su singoli temi, rischiano di essere le diverse facce della medesima medaglia), fatta eccezione di Fdi, attualmente all’opposizione, la base del popolo italiano come sta reagendo?

A vedere dalle liste che si sono presentate a questa competizione amministrativa, a parte il civismo in continua crescita, si sta assistendo a un’indubbia scomposizione e ricomposizione della politica. E, se i partiti storici, brillano per liquidità, spavalderia strategica, furbizia e cinismo dei loro leader, inconsistenza strutturale, mancanza di qualità della classe dirigente, i cosiddetti partiti social, magari con pochi iscritti, ma molti like, hanno fortemente ripreso in mano le dicotomie ideologiche dei partiti pesanti della prima Repubblica.

Facciamo l’esempio di Roma (i candidati sindaco). All’estrema sinistra ben 4 liste “simili”. Micaela Quintavalle, corre per il partito comunista di Marco Rizzo, Franco Grisolia per il partito comunista dei lavoratori, Cristina Cirillo, ancora per un altro partito comunista. Elisabetta Canitano, corre per Potere al Popolo. Poi, qualcuno ci spiegherà la differenza che intercorre tra loro. E ancora (area centrale, centrista post-dc, cristiana): Rodolfo Concordia, corre per la Dc; Paolo Oronzo Magli, per Libertas; Fabiola Cenciotti, corre per il Popolo della Famiglia, emanazione del Family Day, soggetto politico fondato da Mario Adinolfi (un passato nel Pd). Questo partito, a differenza degli altri, ha già conquistato alle scorse competizioni elettorali, varie centinaia di migliaia di voti.

A destra, Gian Luca Gismondi, corre per il Msi; Gilberto Trombetta, Riconquistare l’Italia, lista sovranista appoggiata da Vox (il partito che si riconosceva nel filosofo Diego Fusaro) e Italexit (di Paragone). Infine, per i liberali, Andrea Bernaudo, liberisti italiani.
Non manca anche il prodotto impazzito dell’ultima fase politica. Una mappa che comunque ricolloca i figli delle esperienze gialloverdi o giallorosse in un alveo più ideologico: Fabrizio Marrazzo, partito gay, Rosario Trefiletti, Italia dei valori, Margherita Corrado, ex 5Stelle (oggi Attiva Roma), Monica Lozzi, ex 5Stelle (oggi REvoluzione civica).
“Repubblica” ha ironizzato su tale moltiplicazione psicologica dei pani e dei pesci, ma una cosa è certa: la vecchia politica si è sbriciolata, quella presente è ingessata, quella nuova non si vede all’orizzonte. Hai visto mai che da questi nuovi soggetti politici, oltre alla voglia di esserci e di essere protagonisti, possa spuntare qualche sorpresa?

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