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Mondiali. L’Italia è tornata Immobile. Come uscirne

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E’ proprio vero, anche se i cosiddetti esperti amano aggrapparsi alla teoria del “settembre difficile” per le nostre squadre di calcio (o peggio, il record inutile di imbattibilità), la realtà è davanti agli occhi di tutti.

La nostra nazionale è regredita come gioco, come cattiveria, come energia, come intesa tra giocatori. Quelli che durante gli europei erano sembrati schemi frizzanti tonici, reattivi (finalmente un gioco d’attacco), il simbolo della rivoluzione di Mancini, al momento sono evaporati. Naturalmente la pausa estiva, dopo la sbornia della vittoria agli europei, che ha inciso nello scarso rendimento contro Svizzera e Bulgaria, è una giustificazione plausibile, ma la realtà negativa è evidente.

Si tratta di una questione psicologica e genetica. Quella psicologica forse è rimediabile: fatto il pieno di successi, conquistata la vetta continentale, un certo appagamento era inevitabile. Ma è il dato genetico che preoccupa di più. Sembra che non riusciamo a liberarci dalla nostra identità storica (una condanna). Si chiama “sindrome di Enrico Toti” (il bersagliere che disperato in trincea, davanti al nemico avanzante lanciò le sue stampelle, come estrema difesa). Quando siamo soli contro i giornalisti, contro il resto del mondo, le squadre oggettivamente più forti, riusciamo a reagire, a sorprendere. E’ stata l’Italia del catenaccio, del contropiede, che ha vinto tante volte. Ma quando siamo chiamati a confermare un gioco offensivo, un primato raggiunto, pure con grandi giocatori (ad esempio, i campioni dell’82), ci sbrachiamo, perdiamo, facciamo pessime figure.

Ed è così che gli eroi, idolatrati dal popolo e dai tanti, troppi commissari tecnici, diventano improvvisamente dei brocchi. Per loro c’è sempre pronto “piazzale Loreto”.

Due atteggiamenti speculari, l’enfasi eccessiva, ideologica, quasi infantile, che attanaglia la stampa sportiva, e l’autolesionismo punitivo che ci porta a non essere mai moderati, ragionevoli, ponderati nei giudizi e nelle analisi.
Ma la verità è verità. E non servono i ragionamenti all’italiana che già occupano le colonne dei giornali e stanno impegnando i commentatori tv: “Se la Svizzera non vince le due partite che le mancano rispetto a noi”, “se noi andiamo a vincere all’ultimo” etc. E non serve l’ostinazione di Mancini che continua ad affidare il nostro attacco a Immobile, che in azzurro sembra il fratello mal riuscito dell’attaccante laziale. Sempre di spalle alla porta, corre a vuoto, sbaglia ogni passaggio, tira sempre indietro o addosso a qualche difensore avversario.
A che serve insistere su di lui? Perché non provare giocatori più freschi e capaci di adattarsi meglio agli schemi dell’allenatore?

Il tributo alla squadra che ha vinto non può diventare un mito incapacitante, obbligandoci a vedere giocatori ex-eroi ora spompati. Anche perché il segreto della vittoria agli europei è stata proprio l’alternanza degli atleti e la validità dello spogliatoio (si pensi al contributo ottimale dei vari Locatelli, Pessina, lo stesso Chiesa partito non subito).
Contro la Svizzera hanno deluso quasi tutti. A cominciare dai senatori. Bonucci non è riuscito a fare i suoi soliti precisi lanci chilometrici, Jorginho, indipendentemente dal rigore sbagliato (è già il secondo), da professore è retrocesso quasi ad alunno, col compitino sempre preciso e stucchevole, denso di “passaggetti” orizzontali.

Immobile, sono già 7 partite che non emerge (Galles, Austria, Belgio, Spagna, Inghilterra, Bulgaria), Barella non è più lui, è stanco. In difesa siamo disattenti e offriamo dei buchi grandi come una casa che solo l’esperienza di Chiellini e Bonucci riescono a tamponare. Il migliore ieri, ovviamente, Locatelli.

Un consiglio a Mancini: in vista della Lituania metta nuovi giocatori. L’attacco è e resta un grande problema. I guizzi dei singoli non possono mascherare una carenza che ci portiamo dagli europei, supplita dagli spunti individuali di ogni giocatore (hanno segnato centrocampisti, mezze ali, difensori e in minima parte, gli attaccanti). Sarà una caratteristica, ma non è sufficiente. E ricordiamolo, siamo andati avanti nella fase finale, grazie ai rigori.

Infine, il centrocampo: Jorginho e Verratti, due campioni, non possono giocare insieme, sono troppo uguali e rallentano troppo, rendendo lezioso, scontato e inefficace, il nostro gioco.
C’è ancora tempo per rimediare in vista del Qatar, ma la cosa più odiosa, è doverci affidare al calcolo sugli altri. E arrivare all’ultima partita, quella di novembre, col fiato alla gola. Ma forse pure questo fa parte del nostro Dna. Dobbiamo soffrire, partire preoccupati per offrire prestazioni degne di nota.

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