Dall’11 settembre all’Afghanistan: la tracotanza e la fragilità dell’Occidente

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Stiamo vivendo i giorni della commemorazione dell’11 settembre 2001. Fino a sabato saremo sommersi dalle immagini, dalle testimonianze, dai suoni degli aerei che si schiantano, delle Twin Towers in fiamme, di Osama Bin Laden, di Al Qaeda. Immagini, suoni, ricordi corredati da dotte analisi sulla parabola del jihadismo e sulla “sconfitta dell’Occidente” decretata oggi dai talebani che hanno riconquistato Kabul.

E poi domande angoscianti: abbiamo sbagliato tutto volendo scoprire il volto delle donne afghane? Oppure: che farà l’Europa se l’America, come appare chiaro, si sta disimpegnando dallo scacchiere del Medio Oriente e da quello dell’Eurasia per concentrare nel Mar Cinese portaerei e jet da combattimento?
E chi lo sa? Guai ai vinti. E agli inconsapevoli. Guai a chi si è nutrito per vent’anni di scemenze ideologiche: dall’esportazione della democrazia alla potenza pacificatrice del libero mercato planetario.

Per sfruttare al meglio l’occasione che ci è tristemente offerta da questa orrenda ricorrenza, dovremmo in realtà riflettere seriamente sulla lezione che ci arriva dall’attacco all’America attuato da Bin Laden e dai suoi sodali suicidi e criminali. Quei mostri non sono degli alieni, ma entità malefiche partorite dal nostro stesso mondo. Sono l’immagine rovesciata, beffarda e criminale, della tracotanza occidentale, della sua pretesa di aver fermato la storia, dell’ingorda suggestione di far coincidere gli interessi geoeconomici, geopolitici e geofinanziari di Usa ed Europa con gli sdilinquimenti sulla “universalità” dei valori che costituirebbero il cuore dell’Occidente. Per dirla in breve, Bin Laden, Al Qaeda e poi Al Baghdadi e l’Isis sono più “nostri” di quanto non immaginiamo.

La diabolica genialità di Osama è consistita nell’aver scatenato una guerra sull’unico fronte a lui propizio, il fronte mitico-simbolico, un tipo di fronte dagli effetti non meno cruenti di quello militare, ma dove l’America e l’Occidente si sono fatti prendere completamente di sorpresa, rivelando in pieno la loro intima (e fino ad allora insospettabile) vulnerabilità.

Questa rivelazione della tracotante fragilità occidentale, questa Apocalisse del rovinoso nichilismo che innerva la nostra civiltà sono scolpite in questa potentissima pagina del sociologo dei simboli Jean Baudrillard: «Non c’è da invocare una pulsione di morte o di distruzione, e neppure un effetto perverso», scrive a proposito dell’11 settembre. «È molto logicamente, e inesorabilmente, che l’ascesa in potenza della potenza finisce con l’esacerbare la volontà di distruggerla. Questa ascesa stessa è complice della propria distruzione. Quando le due torri sono crollate, si è avuta l’impressione che rispondessero al suicidio degli aerei suicidi con il loro stesso suicidio. Si è detto: “Dio non può dichiararsi guerra”. E invece sì. L’Occidente in posizione di Dio (di onnipotenza divina e di legittimità morale assoluta), diviene suicida e dichiara guerra a sé stesso». Il fatto è che il «terrorismo è nel cuore stesso della cultura che lo combatte, e la frattura visibile (e l’odio) che oppone sul piano mondiale gli sfruttati e i sottosviluppati al mondo occidentale si congiunge segretamente alla frattura interna al sistema dominante» (“Lo spirito del terrorismo”, Raffaello Cortina 2002)
Il dramma non è tanto, oggi, quello che è accaduto vent’anni fa, ma il fatto che la nostra società, la politica egemone, la cultura dominante non ne hanno ancora inteso il significato. E continuano a commettere errori devastanti. A Kabul come altrove.

Aldo Di Lello

 

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