La Commissione UE sabota la ripresa europea: meglio poveri che inquinanti

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Ricordate Tafazzi? Il geniale personaggio di Aldo Giovanni e Giacomo famoso per il suo masochismo, che compariva negli sketch comici del trio mentre sorrideva beato colpendosi le parti basse con una bottiglia rotta? Ecco, se dovessimo sintetizzare in maniera concisa e chiara quel che sta facendo l’Europa a se stessa non si potrebbe trovare un’immagine migliore.

Per la prima volta nella sua storia il vecchio continente è sul punto di uscire prima degli USA da una crisi economica globale, prevede una crescita del 5% per il 2021 pur avendo mantenuto l’inflazione intorno al 2% e viaggia spedita verso l’immunizzazione di gregge mentre il resto del pianeta, paesi ricchi compresi, rischia di dover affrontare tra poche settimane la scelta tra negozi vuoti e corsie d’ospedale piene. Ebbene, cosa fa Bruxelles invece di approfittare dell’occasione? Mette a repentaglio la sua ripresa insistendo con l’assurdo piano di decarbonizzazione dell’economia. Secondo la Commissione Europea i paesi dell’Unione dovrebbero ridurre del 55% le emissioni di gas serra entro il 2030, un obiettivo del tutto irrealizzabile e soprattutto pericoloso in un momento nel quale per uscire dalla crisi da Covid è fondamentale tornare velocemente a crescere. Ma non c’è stato niente da fare, a Bruxelles si è deciso di restare fedeli al piano.

In questi mesi, invece di assicurarsi scorte di gas liquefatto – che la Cina ha comprato in blocco facendolo sparire dal mercato – ha preferito garantire sussidi ai produttori di energia eolica e solare, pur sapendo che la loro resa è enormemente inferiore. Non solo, è anche inaffidabile. Nel mare del Nord, dove sono concentrati la gran parte degli impianti eolici, quest’anno il vento ha soffiato molto meno del solito, riducendo la già scarsa produzione di energia. Non parliamo poi del nucleare, dal quale persino la Germania ha deciso di allontanarsi mentre in Cina sono attualmente in costruzione ben 16 nuove centrali.

Questo clima da ecologismo straccione ha indotto le grandi società di idrocarburi operanti in Europa a restare alla finestra evitando di investire in nuovi centri di produzione. Ne ha approfittato Putin, che mettendosi d’accordo con la Merkel ha raddoppiato il gasdotto Nordstream diventando di fatto il fornitore unico di riscaldamento per l’Europa (con quali conseguenze sulla capacità di Bruxelles di influenzare le politiche di Mosca è facile intuire).

In assenza di un piano coordinato i paesi europei hanno come al solito cominciato a muoversi in ordine sparso, dimostrando che lo spirito di unità e condivisione sperimentato durante la crisi del 2020 è già svanito. La Spagna ha deciso di calmierare l’aumento delle bollette per l’energia e di vietare l’interruzione delle forniture ai clienti insolventi, facendo ovviamente ricorso alle casse pubbliche. Questi soldi saranno quindi decurtati dagli investimenti dei quali Madrid, al pari di Roma, ha un disperato bisogno. La Francia ha promesso una specie di compensazione per l’acquisto della benzina, mentre l’Italia si è impegnata a varare delle misure che rendano le bollette meno care per le famiglie meno abbienti.

Ma queste sono panacee, rimedi momentanei a un problema generale che potrà essere risolto solamente a Bruxelles, dove proprio oggi la leader della Commissione UE, novella Maria Antonietta, ignora la fame d’energia del popolo e annuncia serafica di fronte all’Europarlamento a Strasburgo che l’Europa “va avanti per la sua strada”, dando “un prezzo all’inquinamento e pulendo l’energia che utilizziamo”. Se non cambieremo subito strategia rischiamo che la ripresa economica europea si infranga nei prossimi mesi, mentre Cina ed America, decisamente più realistiche quando non del tutto ciniche sui temi ambientali, ripartiranno tranquillamente bruciando idrocarburi, mentre noi staremo col naso all’aria in attesa di un alito di vento, colpendoci gioiosamente le parti basse con una pala eolica.

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