Trattativa Stato-mafia e uso politico della Giustizia: la riforma che manca

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Alla fine, come sempre avviene in certi casi, la sentenza d’appello nel processo sulla trattativa Stato-mafia viene letta in controluce a seconda delle posizioni. E così gli accusatori, vedi Marco Travaglio su tutti, si sono affrettati a scrivere che comunque l’impianto accusatorio resta confermato, che la sentenza sancisce che la trattativa c’è stata, ma a differenza dei giudici di primo grado non la considera reato; sull’altro fronte invece si attacca la Procura di Palermo per aver costruito un teorema che è ora crollato come un castello di sabbia.

Sta di fatto che il giudice di Palermo ha assolto gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno e il senatore Marcello Dell’Utri, accusati di minaccia a Corpo politico dello Stato. In primo grado erano stati tutti condannati a pene severissime. Sono state dichiarate prescritte le accuse al pentito Giovanni Brusca. E’ stata ridotta la pena al boss Leoluca Bagarella. Confermata la condanna del capomafia Nino Cinà. Nell’elenco degli imputati, ma per il reato di falsa testimonianza, c’era anche l’ex ministro dell’interno Nicola Mancino che è stato assolto “perché il fatto non sussiste”.

L’inchiesta si era originata dal famoso papello di Massimo Ciancimino dove pare che Toto Riina avesse scritto nero su bianco le condizioni poste da Cosa Nostra allo Stato in cambio dello stop alle stragi. Oggi due sentenze hanno accertato senza ombra di dubbio che il papello in realtà era un falso; ma mentre per la sentenza di primo grado la trattativa ci sarebbe comunque stata e quindi gli imputati erano tutti colpevoli, la sentenza d’appello stabilisce invece che non sono stati commessi reati da parte degli uomini dello Stato. Che nel frattempo hanno visto distrutte le loro carriere, infangata la propria onorabilità. Inchiesta partita con l’ex pm Antonio Ingroia, poi portata avanti da Nino Di Matteo.

Oggi Ingroia, che non è più in magistratura dopo una fallimentare avventura politica come leader della sinistra radicale, commenta: “Certamente lo Stato non esce assolto da questa sentenza, escono assolti solo quegli uomini dello Stato che erano stati imputati. C’era già stata l’assoluzione di Mannino, era una delle possibilità in campo. Io ho la coscienza a posto, so che ci sono stati giudici che hanno confermato in toto tutta l’impostazione”.

Ora bisognerà leggere le motivazione della sentenza e aspettare le mosse della Procura con il possibile ricorso in Cassazione. Ma al di là degli aspetti giudiziari, è stato sicuramente sconfitto l’uso politico della Giustizia che si è fatto in questi anni, di questa e di altre vicende.

Recentemente Luigi Di Maio in qualità di ex capo politico del Movimento 5Stelle ha dovuto ammettere pubblicamente che da parte dei grillini vi è stato, in alcuni casi, un eccesso di giustizialismo, nei confronti di avversari politici finiti sotto inchiesta, massacrati mediaticamente e poi assolti. Una presa di posizione che ha fatto sicuramente onore al ministro degli Esteri, ma che non è stata affatto gradita all’interno del Movimento.

E non si può non evidenziare come la stessa riforma della Giustizia che porta la firma dell’ex ministro pentastellato Bonafede, sia stata ispirata da logiche molto poco garantiste e tese a limitare le garanzie degli imputati (storture oggi corrette in parte dalla nuova riforma del ministro Cartabia). E non si può non considerare nemmeno come le posizioni dei 5Stelle in materia di Giustizia abbiano risentito molto in questi anni delle idee di magistrati che hanmo molto ideoligizzato il loro ruolo in ambito giudiziario, e che hanno portato avanti un concetto di giustizia politicizzata. L’attacco contro la prescrizione e addirittura il tentativo, fortunatamente non riuscito, di porre ostacoli circa la  possibilità di ricorrere dopo una sentenza di primo grado, sono stati il frutto di una visione giacobina della Giustizia, non del tutto compatibile con quelli che dovrebbero essere i principi dello Stato di diritto; dove la certezza della pena deve essere accompagnata dall’assoluta certezza di una colpevolezza, che un solo grado di giudizio non può appurare, e da processi rapidi.

Sempre che si voglia continuare a vivere in uno Stato di diritto che non può tollerare che un innocente finisca in galera ad ogni costo. Ragione per cui una riforma della Giustizia è più che mai necessaria ma mettendo fine in primo luogo a quel cortocircuito fra politica e magistratura e a quell’uso politico dei processi con cui troppo spesso, negli ultimi venti anni, si è tentato di riscrivere la Storia d’Italia a colpi di sentenze. 

 

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