Green economy. Greta da simbolo dei potenti a spina nel fianco

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Ammettiamolo, a prima vista il personaggio non ispira simpatia. Col suo sguardo perennemente corrucciato e il dito accusatorio sempre pronto a indicare colpe e crimini altrui, Greta Thunberg pare proprio il prototipo perfetto dell’adolescente insopportabile. E infatti la pasionaria ambientalista si rivolge a capi di stato, amministratori delegati e potenti vari più o meno come una ragazzina che urla “Papà, non capisco un c…o!” prima di sbatterti la porta in faccia.

E però va ammesso che Greta, come tanti ragazzini parimenti indisponenti e arroganti, è una ragazzina intelligente. Parlando a Milano al primo giorno della conferenza Youth4Climate: Driving Ambition, ha demolito in trenta secondi due anni di attività di pubbliche relazioni di aziende, banche e governi che avevano assicurato i cittadini di essere già al lavoro per costruire un mondo più verde: “Ricostruire meglio: bla, bla, bla. Green economy: bla, bla, bla – li ha derisi la diciottene attivista -. Emissioni zero entro il 2050: bla, bla, bla. Questo è tutto ciò che sentiamo da parte dei nostri leader. Parole che sembrano meravigliose ma che finora non hanno portato ad azioni concrete. Le nostre speranze e ambizioni annegano nelle loro promesse vane”.

Poi è arrivato l’affondo più doloroso, quello che riconosce una presa in giro dei “grandi” nei confronti dei ragazzi: i leader mondiali “invitano persone giovani scelte con cura a incontri come questo per far finta che ci ascoltino. Ma chiaramente non ci ascoltano. Le emissioni stanno ancora aumentando. La scienza non mente”. Greta parla di sé stessa, e di tutte le volte che è stata invitata a parlare dai palchi internazionali più prestigiosi – Onu compresa – ricevendo attenzioni, sguardi compiaciuti, persino ringraziamenti. Tutti in fila a tributare omaggio, ad assicurare a lei e ai giovani che rappresenta di averli capiti, usando la sua faccia e le sue parole per lanciare piani di riconversione verde che non sono altro che ciniche iniziative di comunicazione, perché di cambiamento vero non c’è traccia. È storia di qualche giorno fa lo scandalo che ha riguardato la finanziaria Dws, controllata di Deutsche Bank, che avrebbe sovrastimato le masse gestite con criteri Esg (ovvero quei prodotti finanziari che investono solo in progetti imprenditoriali che rispettano l’ambiente e i lavoratori), rivelando che tanti piani green non sono altro che elaborate operazioni di pubbliche relazioni.

E Greta, come tutti gli adolescenti intelligenti, si è accorta che la stavano ingannando e si è ribellata. Prima ha invocato ancora una volta un dialogo costruttivo, al quale però sembra non credere neanche lei dovendo riconoscere che i leader mondiali fanno le stesse promesse da 30 anni. Poi ha deciso di muoversi per conto suo, approvando insieme agli altri delegati di Youth4Climate un piano diviso in quattro punti, nel quale si chiede tra le altre cose che l’industria delle fonti fossili venga chiusa entro il 2030. E a questo punto ci si ricorda che Greta e gli altri sono ragazzini intelligenti, sì, ma ragazzini, e che non hanno la più pallida idea di quello che la loro chiesta comporterebbe.

Ora sarà Draghi, che la incontra oggi a Milano, a provare a convincerla che “i grandi” hanno a cuore le sorti del mondo e che sono disposti a impegnarsi in obiettivi ambiziosi, ma pure realistici. L’uomo che nel 2014 da solo stabilizzò i mercati ed evitò la crisi dei debiti sovrani dovrà ora provare a calmare un gruppo di adolescenti arrabbiati. Non sappiamo onestamente dire se la seconda impresa sarebbe più eroica della prima.

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