Altro che Global Britain: con la Brexit non c’è più neanche la benzina

2 minuti di lettura

Tra qualche anno la Brexit verrà studiata nelle scuole superiori per spiegare ai ragazzi in maniera semplice semplice come funziona la libera circolazione di merci e persone e cosa succede quando la si interrompe. Con l’uscita dall’Unione europea, ottenuta da Londra dopo cinque anni di litigi, scenate e mezze riconciliazioni con Bruxelles – manco fosse stato il divorzio di Harry e Meghan dalla Casa Reale – il Regno Unito si è visto in un batter d’occhio prosciugare i pub, svuotare le pompe di benzina e razziare le corsie dei supermercati. Tutto questo per una banalissima mancanza di autisti di tir, camion e furgoni, gente abituata a lavorare tanto per essere pagata pochino, almeno secondo gli standard UK. Infatti erano tutti immigrati provenienti dall’Est Europa, costretti dalla Brexit a tornarsene al di qua della Manica lasciando i sudditi di Elisabetta senza manco una pinta sulla quale piangere. All’appello mancano ventimila lavoratori che ogni mattina scaricavano carburanti, cibo, vestiti, e soprattutto birra.

In un maldestro tentativo di correre ai ripari il governo Johnson ha promesso un visto speciale per 5mila autisti stranieri della durata di tre mesi, ottenendo come ringraziamento un unanime spernacchiamento dalle associazioni dei commercianti e degli industriali. Il visto infatti scadrebbe appena prima di Natale, quando c’è maggiore bisogno di consegne, e in ogni caso è di durata talmente breve che non c’è alcuna possibilità possa interessare lavoratori che hanno già trovato impieghi stabili altrove, soprattutto in Germania e nei paesi del Nord Europa. L’altra soluzione – l’aumento degli stipendi fino a un livello considerato accettabile dagli inglesi che vivono di sussidi statali – non sembra essere realistica, perché le imprese non sono in grado di sostenere spese troppo salate. E in ogni caso un autista di tir non lo si inventa dall’oggi al domani: ci vogliono mesi e mesi per imparare a guidare un camion senza rappresentare un pericolo per la circolazione.

L’intera retorica della Brexit era basata sul riprendere il controllo di tutto – confini, denaro pubblico, regolamenti – ma a Londra hanno scoperto che il mondo è un posto molto più complesso di come lo rappresentava Neil Farage e che “fare da soli” quasi mai significa fare meglio. Soprattutto se si è una viziata società capitalistica occidentale, che non è disposta a rinunciare alle piccole e grandi comodità garantita dall’appartenere a un mercato globale. Così viziata che è bastato un problema all’apparenza secondario come la scarsità di camionisti polacchi e rumeni per mandare in crisi un intero paese. Johnson è arrivato a ipotizzare di sospendere la legge sulla libera concorrenza – poco meno che un testo sacro per gli inglesi – e costringere le compagnie petrolifere ad accordarsi per distribuire nella maniera più equa possibile lo scarso carburante a disposizione, che potrebbe venire addirittura razionato.

Bel contrappasso: con la Brexit il Regno Unito era convinto di accelerare verso il futuro e si è invece trovato risospinto indietro di cinquant’anni, ai tempi della crisi energetica del 1973: solo che allora tutto il mondo occidentale si era trovato sulla stessa barca: stavolta è solo l’isoletta sopra la manica a soffrire. E saremmo degli ipocriti a non dire che in molti in Europa cominciano a ridersela sotto i baffi, tutt’altro che dispiaciuti dei guai della povera Albione.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Tennis: Torneo Sofia. Sinner in finale, contro Monfils per confermarsi

Articolo successivo

Derby della Mole alla Juve, decide Locatelli nel finale

0  0,00