Recovery. Spariti 7 miliardi per il Sud. Ecco perché

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Neanche il tempo di partire e il governo ha già derubato il Sud di una parte dei fondi del Pnrr. Secondo il Recovery Plan approvato dall’esecutivo il 40% delle risorse dovrebbero andare al Meridione, ma ora che si è arrivati all’effettiva distribuzione delle somme i governatori hanno scoperto che degli 89 miliardi previsti ne arriveranno solo 82. Il motivo? La “regola” del 40% vale solo sui 206 miliardi “ripartibili secondo il criterio del territorio”, non sul totale di 222 miliardi che aggiunge anche i fondi del Piano complementare, che però andrebbe speso secondo gli stessi criteri del Pnrr.

Una furbizia giuridica della quale si fatica a capire il senso, a meno di non voler essere perennemente in malafede e concludere che questo governo a trazione nordista – per verificarlo basta andare a spulciare le città di nascita e di residenza dei suoi ministri – sta facendo di tutto, esattamente come quelli passati, per disattendere le raccomandazioni UE riguardo gli investimenti da destinare a sud di Roma, dove le condizioni di vita sono peggiori di quelle della Bulgaria (no, non è una battuta: è quanto emerge dall’indicatore di povertà ed esclusione sociale dell’Eurostat).

Come al solito a lanciare l’allarme è stato il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, secondo il quale qualcuno sta facendo il gioco delle tre carte: “Sostenere che al Sud è destinato il 40 per cento delle risorse non è fondato. Si arriva al 40 solo tenendo conto del trasferimento di fondi operato a danno del Fondo Sviluppo e coesione, risorse peraltro già destinate al Mezzogiorno”. L’allarme del governatore è stato accolto solo dalla ministra per il Sud Mara Carfagna, che ha promesso verifiche assicurando che se le quote assegnate alle singole regioni saranno inferiori a quanto pattuito verranno “compensate da future assegnazioni di risorse”. Silenzio tombale dal ministero dell’Economia, mentre il ministro per le Infrastrutture e la mobilità sostenibili Enrico Giovannini ha assicurato che per quanto riguarda i fondi che coinvolgono il suo dicastero al Sud andrà il 56% dei fondi. Si è però dimenticato di aggiungere che se riceverà più del 40% in alcune aree d’investimento – come appunto le infrastrutture – in altre – ovvero la Rivoluzione digitale e la Salute – le somme ricevute saranno ben al di sotto quella percentuale.

Considerato il vergognoso stato della sanità in regioni come la Calabria e la Sicilia, dove la speranza di vita è di due anni più bassa che al Nord (e pure questi sono dati certificati, nello specifico dall’Osservatorio Nazionale della Salute nelle Regioni Italiane) e l’emigrazione sanitaria è sempre più comune, che non si sia deciso d’investire somme ulteriori la dice lunga sull’interesse del governo Draghi per la metà più arretrata del Paese.

Certo si potrebbe vedere il bicchiere mezzo pieno e concludere che comunque 82 miliardi da spendere sono comunque una cifra enorme, che potrebbe davvero ridurre il sempre più ampio gap con il Nord, saldamente ancorato alla ripresa europea. Il problema però è che quei soldi vanno spesi bene, e per farlo servono esperti, tecnici e operai specializzati dei quali c’è un disperato bisogno. È lo stesso Giovannini ad ammetterlo: “la capacità di progettazione e realizzazione dipende dal soggetto appaltante: nel caso, per esempio, delle Ferrovie non ci sono di certo problemi di questo tipo. D’altra parte, la questione della preparazione del personale degli enti locali – spesso troppo scarso – di fronte alle nuove regole del Pnrr esiste”.

Giusto quindi lottare per i sette miliardi “sottratti”, ma se non si cominciano ad assumere professionisti in grado di convertire i fondi in opere e servizi per la cittadinanza anche gli 82 miliardi rischiano di finire sprecati, condannando il Mezzogiorno a un altro ventennio di depressione economica e sociale.

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