Ballottaggi mediatici. Formigli, Gruber, fate trasmissioni anche sul comunismo cattivo

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Il centro-destra, stando al voto amministrativo, non versa in buona salute. Sta pagando l’opacità tra una destra di opposizione (Fdi), a contenuto conservatore-popolare e una destra-centro, seduta a Palazzo Chigi, divisa tra una Lega ex sovranista, “di lotta e di governo” e Fi, moderata-liberale, in irreversibile calo di numeri, che spesso si distanzia da Salvini su politiche fiscali, economiche, europee e Green Pass. Una destra-centro narcotizzata dalla guida tecnocratico-bancario-dirigista di Draghi.

Forse, il centro-destra ai ballottaggi avrà qualche numero per consolarsi, ma così facendo non andrà lontano, meno che mai sembra in grado di affrontare coeso e forte le prossime consultazioni politiche.
Se non risolve a monte il tema gravissimo della sua classe dirigente, l’omogeneità culturale, le prospettive programmatiche, la visione della società e in primis, la leadership (ancora il Capitano, la Meloni, l’eterno Berlusconi, o chi altro?), saranno dolori.

Ma il centro-sinistra, pur affermandosi in qualche sua figura esponenziale nelle grandi città, è ridotta ai minimi storici. E non come consenso, anzi ha beneficiato di un atteggiamento conformista, fideistico e totalmente omologato al premier. E’ in crisi come identità. Da decenni.
Se il suo Dna, nel 2021 è pura adesione al “vaccinismo”, è ancora l’antifascismo, culturale, mediatico e politico, condito di argomenti esclusivamente ideologici (ius soli, Ddl Zan, voto ai 16enni, patrimoniali varie), stiamo freschi.
La tecnica, la conosciamo, consolidata ormai nella sua grottesca e scientifica ossessione: potenziare un leader della destra secondario, per arrivare al pesce grosso da impallinare.

E’ accaduto con Fini pompato ad arte per distruggere l’allora alleato Berlusconi, sta accadendo oggi con la Meloni, utilizzata per sopprimere Salvini. Poi, una volta ottenuto lo scopo i leader secondari vengono, anche loro, spazzati via. Da qualche giorno, per la leader di Fdi, lo strumento demonizzante è l’antifascismo, un cadavere che viene sempre ripescato dai cimiteri della storia, per coprire il vuoto desolante di una sinistra che non ha più nulla da dare e da dire. Al di là delle parole, non è più comunista, socialista, progressista, laburista, riformista, clintoniana, forse nemmeno più liberal o radicale di massa.

Come giudicare, infatti, una Gruber che dà del fascista al cattolico-moderato Michetti; una Concita De Gregorio che definisce il duo Salvini-Morisi uguale alle Br e un Formigli che fa Piazza pulita della dialettica democratica e del civile confronto (dedicando spazio ai servizi dei militanti-giornalisti di Fanpage), enfatizzando spettri del passato, semmai solo da folclore alleati di politici dallo stomaco peloso in cerca di voti, per imbastire un processo di Norimberga televisivo, con tanto di indignati morali, superiori etici ed etnici, professionisti dell’umanità, per spostare consensi?

Dopo il caso-Morisi che serviva a evidenziare la contraddizione tra chi combatte i migranti, i gay e la droga, e invece, secondo i titoli di certi giornali, si serve di escort uomini per festini verdi, spaccio di droga e altro (a proposito, stanno uscendo nuove versioni del famoso accaduto, che ridimensionerebbero se non ribalterebbero la vicenda), per colpire soltanto politicamente il Capitano (la violenza della sua comunicazione), ora, per logica conseguenza, come abbiamo detto, è toccato alla Meloni.
Perché la frase che deve dire e che non dice “a comando” è che “il fascismo fa schifo”. E lo chiedono loro: i buoni, i giusti, i perfetti (in realtà, giacobini, stalinisti nella testa). Perché non organizzano mai trasmissioni equivalenti con la richiesta alla sinistra, che il comunismo fa schifo? Magari una trasmissione su 1000.

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