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Arriva il nuovo miracolo economico: peccato che anche gli stipendi siano da Anni 50

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Uno ci prova, a trovare del buono, o almeno un segnale di ripresa, nel rapporto sui salari italiani appena pubblicato dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil. Che so, un’inversione di tendenza, qualche indicazione che le cose cominciano ad andare meglio, che insomma se migliorano i dati del Pil e dell’export migliorano anche le condizioni economiche di chi quel Pil e quell’export contribuisce a farli salire.

Ma alla fine i numeri sono numeri, e non si può che lasciarli parlare: nel 2020 l’insieme dei salari italiani, anche considerando il supporto fondamentale della cassa integrazione, è sceso del 3,9% (contro un calo del 2,4% nell’Eurozona, appena dello 0,7% in Germania). Un peggioramento che ha colpito nel mezzo di una situazione già molto difficile; già nel 2019 il salario medio in Italia era inferiore di ben 9mila euro l’anno rispetto a quello della Francia, un paese che ci ostiniamo a considerare simile a noi quanto a condizioni economiche e qualità della vita. Siamo tornati a una media di 30mila euro lordi, un dato pericolosamente vicino a quello dei primi anni 2000; come se vent’anni fossero passati invano.

A rendere la situazione ancora peggiore provvedono poi le tasse: il salario lordo è infatti compresso da una tassazione che è tra le più alte d’Europa, e che rende gli stipendi netti italiani migliori solo di quelli di Spagna, Portogallo e Grecia.

Ma per quale motivo sono così bassi? Un aiuto ce lo fornisce la solita Istat, che ha confrontato gli occupati impiegati nelle qualifiche professionali più bassi in Italia e nell’Eurozona: da noi questi lavoratori poco specializzati sono ben il 34% del totale, contro il 27,8% dell’Eurozona. Nelle qualifiche più alte invece compare appena il 15% dei lavoratori contro il 25% dell’Eurozona. Non ci si stupisce troppo quindi nel leggere che ben cinque milioni d’italiani guadagnano meno di 10mila euro lordi l’anno. Stipendi così bassi scoraggiano dal cercare lavoro chi non ce l’ha o l’ha appena perso, convincendo inoltre tante donne che è più conveniente restare a casa a occuparsi dei figli, anche perché con stipendi mensili inferiori ai mille euro è impossibile permettersi la retta di un asilo, figuriamoci una baby-sitter.

Come sintetizza efficacemente il presidente della Fondazione Di Vittorio Fulvio Fammoni «È evidente che oltre ad occuparci della quantità di lavoro disponibile nel nostro Paese, dovremmo porci un serio problema di qualità». Senza la quale la ripresa potrebbe comunque realizzarsi, ma saranno in pochi ad avvantaggiarsene.

Il guaio è che l’Italia sta ricominciando a crescere secondo uno schema già visto durante il miracolo economico degli anni Cinquanta, che si regge sullo sfruttamento anziché la valorizzazione della forza-lavoro. Si punta sulle esportazioni più che sui consumi interni, e nello specifico su esportazioni di merci di tipo tradizionale, a basso valore aggiunto, prodotte impiegando lavoratori con basse qualifiche e ancor più bassi salari.

Per capirlo basta leggere le grida di dolore delle aziende del Nord, grandi e piccole, rilanciate dai maggiori quotidiani nazionali; in Italia mancano magazzinieri, macchinisti, fonditori, saldatori, lattonieri, non certo ingegneri e architetti, costretti a cercare impiego all’estero se vogliono guadagnare abbastanza da lasciare la cameretta in casa di mamma e papà.

Su questo punto, ovvero sulla necessità di garantire una ripresa che oltre a essere robusta sia anche in grado di portare benessere agli italiani, il premier Draghi è chiamato alla sfida più importante della sua esperienza di governo.

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