Uccide il padre per difendere la madre, Bruzzone: “La legge va cambiata”

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Uccise il padre per difendere la madre, il pm al processo chiede una condanna a 14 anni di reclusione ma specifica di essere “costretto” a farlo poiché ” il codice mi impedisce di chiedere la prevalenza delle attenuanti sull’aggravante del vincolo di parentela e quindi una pena inferiore. Valutino i giudici se questa norma è ragionevole”. La vicenda è quella del giovane Alex Pompa che due anni fa, quando aveva appena 18 anni, accoltellò a morte il padre dopo che questi per l’ennesima volta aveva aggredito la madre nel corso di un litigio. Il pm ha invitato la Corte di Assise a sollevare una questione di legittimità costituzionale sulla norma che impedisce di concedere la prevalenza delle numerose attenuanti che il caso specifico richiederebbe. Nei confronti di Alessandro non è stato possibile riconoscere la legittima difesa e gli inquirenti hanno comunque accertato che la sua reazione è stata sproporzionata rispetto alla situazione di pericolo reale che stava vivendo. L’uomo poteva essere fermato in altro modo senza essere ucciso. Ne abbiamo parlato con la criminologa Roberta Bruzzone.

“Sono costretto a chiedere 14 anni”. Come giudica le parole pronunciate dal pm mentre sta chiedendo la condanna del giovane che ha ucciso il padre violento che per l’ennesima volta si era scagliato contro la madre?

“Questa vicenda è molto complessa perché vede il piano morale contrapporsi a quello giuridico. E’ oggettivamente difficile chiedere la condanna di soggetti che hanno commesso un omicidio nell’ambito di scenari simili, con un padre che è risultato essere effettivamente molto violento con profili di spiccata pericolosità. Tuttavia non è possibile non considerare punibili certi tipi di reazioni, a meno che non si configuri una legittima difesa. Altrimenti si tratta di omicidio volontario e in questo caso è oggettivamente impossibile non chiedere la condanna dell’imputato. Appare evidente che la reazione del ragazzo è stata eccessiva, seppur ripeto comprensibile sul piano umano. Comprensibile ma non giustificabile”.

Non esistono dunque attenuanti in questo caso?

“Le attenuanti ci sono e credo siano state già conteggiate nei 14 anni richiesti, che comunque sono una pena lieve se raffrontata alla pena base di 21 anni prevista per un omicidio volontario senza aggravanti”.

Ma un pm che si dichiara “costretto” a chiedere una pena non è comunque un’anomalia? Se questa è la legge, dov’è la costrizione?

“Il pm ha compreso che la situazione è maturata nell’ambito di un contesto che ha portato questo ragazzo ad una scelta estrema e forse inevitabile, ma evidentemente dalle indagini svolte non è riuscito a configurare quelle situazioni che avrebbero potuto scagionarlo del tutto. Sicuramente gli inquirenti hanno valutato se vi fossero gli estremi per invocare la legittima difesa, ma non è stato possibile. Tenga conto che la legge traccia molto bene i confini entro cui può essere individuata la legittima difesa, ma nel momento in cui questa non viene riscontrata il pm è tenuto a procedere secondo la legge”.

E il fatto che abbia invitato la Corte di Assise a sollevare una questione di legittimità costituzionale sulla norma che lo ha costretto a chiedere la condanna? Non è anomalo anche questo se in fondo l’omicidio poteva e doveva essere evitato?

“Vede, credo che questo pm abbia messo in evidenza un aspetto molto interessante. Ovvero sollecitare la legge a fare un passo avanti e a prevedere situazioni di non punibilità, o quanto meno attenuanti più ampie, in vicende come questa. Nel momento in cui ha dovuto chiedere la condanna dell’imputato sulla base della legge vigente, ha anche sottolineato l’opportunità di rivedere le norme in materia qualora dovessero ripresentarsi situazioni analoghe”.

Lei sinceramente questo ragazzo si sente di condannarlo?

“Dal punto di vista morale non mi sento assolutamente di condannare chi commette un omicidio all’interno di uno scenario del genere contrassegnato da reiterate violenze domestiche, da uno stato perenne di ansia e di paura per se stesso, per la madre e per il fratello, confermato del resto anche dalle indagini e dalle testimonianze. Comprendo perfettamente le circostanze che hanno portato questo giovane a compiere una scelta tanto orribile. Su questo concordo totalmente con il pm. Ma allo stesso tempo ritengo che non si debba mai arrivare a reazioni così estreme a meno che non si tratti di una legittima difesa. Come ho detto prima comprendo il gesto, posso anche giustificarlo sul piano morale ma non su quello giuridico dove certe condotte sono punibili. Finché non si cambia la legge questo è ciò che prevede il codice e va applicato”.

Ma cos’altro poteva fare di fronte ad un padre violento che, come ha testimoniato la madre, pensavano sarebbe arrivato ad ammazzarli tutti?

“Sicuramente questo gesto estremo è stato per lui una sorta di ultima spiaggia, la logica conseguenza di una vicenda traumatica che si trascinava da anni, e non è un caso se gli sono state contestate soltanto le aggravanti minime, quelle strettamente indispensabili. Non conosco ora i dettagli della vicenda ma come ha stabilito il pm la situazione poteva essere gestita in maniera diversa, non necessariamente accoltellando a morte la vittima. Ma è ovvio che se un pm arriva a fare dichiarazioni del genere e a dichiarasi costretto a certe conclusioni, è perché sotto il profilo morale quel gesto trova comunque una giustificazione”.

Il classico conflitto fra morale e diritto?

“Un conflitto c’è, è evidente, ma non è l’unico caso. Ce ne sono stati anche altri in cui il piano giuridico si è contrapposto a quello morale e dove alle inevitabili condanne giudiziarie hanno fatto da contraltare assoluzioni morali. Ma finché la legge non cambia un omicidio resta tale anche se, come in questo caso, causato da motivazioni assolutamente comprensibili. Non a caso le attenuanti finiscono con il prevalere sulle aggravanti. Ma la non punibilità di un omicidio in assenza di legittima difesa allo stato attuale è oggettivamente impossibile da motivare”.

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