Draghi si è già stufato di far contenti i partiti: sulla manovra non sente neanche i ministri

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I veti dei partiti su liberalizzazioni e riforma del catasto, costatigli una figuraccia in Europa, devono essergli serviti da lezione: Mario Draghi torna allo stile decisionista dei primi giorni di governo e sulla legge di bilancio decide di cambiare le carte in tavola senza passare il Consiglio dei ministri.

La nuova bozza della Manovra, che verrà presentata direttamente in Parlamento, conta ben 34 articoli in più rispetto alla versione approvata dall’intero governo lo scorso 28 ottobre. Articoli ai quali hanno lavorato solo i tecnici del Tesoro, definendo una serie di punti sui quali i partiti che compongono la maggioranza avrebbero di sicuro voluto dire la loro, esibendosi nel solito assalto alla diligenza per racimolare un miliardo qua e uno là per far contenti i loro elettori di riferimento.

La principale novità riguarda la revisione del Reddito di cittadinanza, che il M5S avrebbe voluto lasciare invariato e la Lega e FI vorrebbero cancellare del tutto. Draghi ha fatto di testa sua, mantenendone l’impianto base ma rendendo la misura a prova di furbetti. Se non ci si presenta «almeno ogni mese», senza «comprovato giustificato motivo» presso un centro per l’impiego si perde il diritto all’assegno. Anche i criteri di accettazione delle offerte di lavoro diventano più stringenti. La prima volta si dovrà accettare qualunque offerta che dista «80 km dalla residenza» o sia raggiungibile in 100 minuti con mezzi pubblici, mentre la seconda offerta è sempre valida, da qualunque parte del territorio nazionale arrivi. Insomma, se si vive in Sicilia e si riceve un’offerta d’impiego da Trento, bisogna andare o rinunciare al Reddito. La riforma grillina subisce un duro ridimensionamento anche per quanto riguarda i mitici navigator, assunti nel 2018 con un contratto a termine che non verrà rinnovato. A coadiuvare gli uffici di collocamento saranno invece le agenzie private, che contano da sole su decine di migliaia di dipendenti e sono presenti in maniera capillare su tutto il territorio.

Il premier ha poi pensato anche al problema dell’aumento spropositato del costo dell’energia, che rischia di mettere in seria difficoltà le famiglie durante l’inverno. Per evitare che le prossime bollette siano troppo salate si è deciso quindi di destinare due miliardi di fondi. Sul superbonus per le ristrutturazioni Draghi non ha invece cambiato nulla rispetto alla bozza del 28 ottobre, confermando l’esclusione dei proprietari di villette dal bonus a meno che l’Isee dei beneficiari sia sotto i 25mila euro. Con questa decisione ha di sicuro scontentato i grillini, che speravano in un secondo passaggio in CdM per allargare il bonus a tutti i proprietari di abitazioni.

La Lega avrà invece da lamentarsi dalla conferma della fine di Quota 100: festeggiano solo le lavoratrici, perché Opzione donna viene confermata per un altro anno consentendo loro di andare in pensione a 58 anni se si è impiegate e a 59 se si è autonome. Su questo punto c’è da scommettere che Draghi dovrà sopportare pure le sfuriate della Commissione, secondo la quale l’età di pensionamento in Italia è ancora troppo bassa rispetto alla media europea. Ma per il resto non c’è da dubitare che queste revisioni alla manovra siano state ben recepite a Bruxelles, dove nei giorni scorsi si è temuto che Draghi avesse perso il suo “tocco magico” e fosse diventato il solito politico italiano, che cerca di resistere alla meno peggio alle richieste dei partiti. Che ora si sentono all’opposizione pur stando nella maggioranza.

 

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