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La Germania si ferma, ma l’Italia no. Fine del mito della “locomotiva d’Europa”

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I tedeschi sono molto nervosi in questi giorni: abituati da quasi un ventennio a far registrare le migliori performance di crescita dell’economia nell’Unione, si trovano oggi a confrontarsi con una misera crescita del 2,7% attesa nel 2021, a fronte del +5% dell’UE e del +6,2% dell’Italia.

Non solo: l’indice Eurostat certifica che la produzione industriale tedesca è caduta ancora dell’1,4% a causa dei problemi di approvvigionamento di materie prime e semilavorati che hanno fatto rallentare quasi tutte le economie manifatturiere (fa eccezione l’Italia che è cresciuta ancora, anche se solo dello 0.1%).

A completare la disfatta hanno provveduto gli indici sull’inflazione: secondo gli annunci del governo in Germania i prezzi dovrebbero crescere del 3% nel 2021 rispetto all’anno scorso, mentre in Italia l’aumento dovrebbe attestarsi intorno al 2%.

Un gigante dai piedi di ferro

Il fatto è che quelli che erano i fattori di forza della Germania si sono rivelati essere dei punti deboli nella confusa ripresa post-Covid: l’economia tedesca è basata sui suoi giganti industriali, soprattutto nel settore automobilistico, che garantiscono enormi profitti. Ma sono aziende dipendenti dalla fornitura di specifiche componenti provenienti dall’Asia: mancando queste, tutto il sistema si ferma. È quanto accaduto alla Volkswagen, che a ottobre 2021 ha fatto segnare una diminuzione del 33% nelle vendite rispetto al già non entusiasmante ottobre 2020, quando il mondo era ancora per metà chiuso in casa e quindi poco desideroso di un’auto nuova. Questa volta a mancare non sono i clienti, ma i chip indispensabili per fabbricare le vetture.

Le aziende italiane, che operano su un maggior numero di settori rispetto a quelle tedesche e grazie alle filiere corte sono meno subalterne alle forniture cinesi, hanno invece continuato a produrre a pieno regime. Le nostre imprese sono inoltre meglio attrezzate per affrontare la difficile transizione energetica verso fonti più pulite: il passaggio dalle auto con motori termini a quelli elettrici sta costando centinaia di miliardi alle aziende di Monaco e Stoccarda, che a differenza di quelle americane e giapponesi credevano che i motori a benzina e diesel avrebbero continuato a essere venduti ancora per decenni.

Vaccini per iniettare la crescita

I tedeschi scontano inoltre una maggiore diffidenza rispetto agli italiani nei confronti del vaccino (i no-vax da noi sono rumorosi ma tutto sommati scarsi); in Germania appena il 67% dei cittadini ha effettuato la seconda dose. Risultato? I contagi giornalieri viaggiano ormai intorno ai 50mila, con conseguenze immaginabili per quanto riguarda il normale funzionamento delle attività lavorative. L’inverno rischia di portale nuovi, seppur parziali, lockdown, e la chiusura degli impianti.

Cliente o concorrente?

Un altro punto debole dell’economia tedesca è poi la dipendenza dalla Cina, rimasta per anni il primo mercato per le sue esportazioni ma che ora è diventata una concorrente temibile, anche nel settore delle auto di lusso. In questi anni Berlino avrebbe dovuto cercare di rafforzare il suo mercato interno, invece ha preferito puntare sulle vendite fuori dai suoi confini, tanto che oggi un posto di lavoro su tre in Germania è legato alla domanda estera, il quadruplo rispetto agli Stati Uniti.

Con questi presupposti la Germania rischia di tornare a essere “il malato d’Europa”, come era stata etichettata alla fine degli anni Novanta, con l’aggravante di non avere più un Kohl sul quale contare. Con la Merkel in pensione e Scholz alle prese con la formazione di un’assurda coalizione di governo che mette insieme sinistra e destra liberale, c’è da scommettere che l’Europa dovrà imparare a far meno del suo paese guida per un po’. E non è detto che per noi italiani sia un male.

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