Libro Spadafora. Perché c’è sempre bisogno di coming out per vivere in un paese normale?

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Nessuno è contrario alla propaganda di un proprio libro. Anzi, è doveroso e legittimo. Ha fatto bene, come del resto fanno tutti, Vincenzo Spadafora a promuovere la sua ultima fatica, andando nei salotti tv giusti e godendo di buona stampa.

Stiamo parlando di “Senza riserve, in politica e nella vita” (Ed. Solferino). Pagine in cui il politico racconta sé stesso, la sua esperienza personale, il suo viaggio all’interno del movimento grillino. E la sua passione civile. Ma come al solito, la notizia-principe che ne ha alimentato la visibilità è stata il coming out. Anche questo scontato, perché a chi poteva interessare, le scelte dell’ex segretario erano note e del tutto indifferenti (poi, i cretini, anche tra i suoi colleghi parlamentari, esistono sempre).

La domanda è: per quale ragione ancora oggi si avverte il bisogno di usare “strutturalmente” questa comunicazione?
Come se si dovesse attraversare per obbligo una sorta di dogana per essere legittimati e legittimare a nostra volta. Il dubbio è che non sappiano quanto questo, al contrario dei desiderata dei diretti interessati, contribuisca invece, a ingessare gli stereotipi più che smontarli, visto che ripetere ossessivamente lo schema della autoconfessione, è attualmente una tendenza irresistibile che riguarda tutti a 360 gradi: attori, cantanti, sportivi e appunto, politici.
Quindi, una dogana soprattutto psicologica. Che dal mio punto di vista produce l’effetto contrario. Non normalizza nulla, semmai normalizza, conferma, i pregiudizi e l’arretratezza della società.

Il tema vero è la normalità. Una civiltà del rispetto non necessita di continui coming out. Ognuno può e dovrebbe scegliere la vita che vuole. E allora perché questo rito diventato una moda? Perché vince l’ignoranza? Non vorremmo che siano proprio le persone che pretendono rispetto a essere inconsciamente bisognose della legittimazione altrui, esterna per sentirsi liberi (la libertà è una spinta interiore, non te la concede nessuno). Una pretesa per reclamizzare e pretendere sempre più spazio personale, sociale, visibilità e magari pure carriere.

Ovviamente Spadafora non ne ha bisogno. E’ un uomo intelligente e stimato. Ma il processo va analizzato. Si chiama “sindrome di Caino”: anziché vedere le proprie pecche (problema di tutti) si cade nel vittimismo e si finisce per uccidere il fratello. Tutta la comunicazione Lgbt si basa da decenni sul vittimismo. Sul pericolo del medioevo, le violenze, le discriminazioni, la mistica e religione dei diritti civili, che l’Italia cattiva, i partiti cattivi vogliono mantenere in piedi (guardate la comunicazione dopo la bocciatura del Ddl Zan). Un alibi che ha consentito a un certo mondo radical di prosperare e entrare in ogni ambito della vita pubblica e di velocizzare professioni.

Forse vivo in un altro mondo, ma non mi risulta in Rai ci siano almeno negli ultimi anni, evidenti discriminazioni (si pensi a Rai1); al contrario, registro che non c’è film, fiction o servizio dotto, dove non si assista a stereotipi rovesciati: il gay è sempre intelligente, sensibile, superiore, erudito, mentre l’eterosessuale è becero, violento, stupratore, camorrista, da amore criminale, egoista etc.

Ma ci sarà qualche gay becero, poco sensibile e poco intelligente? Per carità esistono beceri, rozzi violenti e vanno condannati. Ma se vogliamo vivere in una società normale, costruiamo davvero questa normalità. Cioè, una società in cui non c’è nessuna discriminazione e nessun bisogno di fare coming out.

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