Piccola Gran Bretagna: no, la Brexit non è stata un’affare

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Vi ricordate la Brexit? Noi italiani, e in generale gli europei che stanno ancora dentro l’Unione, ce la siamo più o meno dimenticata. Perché in fondo per noi l’uscita di Londra ha cambiato poco in termini di condizioni economiche e sociali nel nostro paese. Ma il divorzio da Bruxelles è invece ancora un tema caldissimo sui giornali inglesi, che ne parlano ogni giorno usando toni che oscillano tra l’allarmato e il bellicoso. Il motivo? Per il Regno Unito la Brexit è un grandissimo casino. Vediamo perché.

Torna il confine in Irlanda

Fin dai giorni immediatamente successivi al referendum che ha sancito l’uscita dalla UE – risalente ormai a cinque anni fa – il punto più delicato da chiarire è stato quello sulle condizioni del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Inserirvi dei veri e propri controlli di frontiera avrebbe significato tornare a spaccare in due l’isola, e per evitarlo si è approvato un protocollo che consentirebbe all’Irlanda del Nord di restare nel mercato unico a patto di spostare le ispezioni doganali nei porti di destinazione delle merci che partono da Belfast o vi arrivano. Ora Johnson ha cambiato idea perché non vuole applicare controlli all’interno del territorio del Regno Unito, minacciando di ritirarsi dall’accordo se l’Europa non accetterà la sua decisione.

Non si tratta di una richiesta di poco conto, perché quello che Johnson chiede in pratica è di poter far entrare le merci europee in tutto il Regno Unito senza alcun controllo, semplicemente passando dall’Irlanda del Nord (e viceversa). Il premier britannico ha puntato tutto sul fatto che Bruxelles non intenderebbe andare a uno scontro frontale, ma ha sbagliato i suoi calcoli. Ora che la Merkel, tradizionalmente molto morbida con gli inglesi, non c’è più, l’Europa pare molto meno desiderosa di venire incontro alle bizze dei cugini d’oltremanica, e secondo il Financial Times è pronta ad affrontare una completa cancellazione dell’accordo, il che porterebbe le esportazioni inglesi a essere soggette a dazi altissimi.

Via gli stranieri, ok, ma chi lavora?

Come se non bastasse, il Regno Unito sta affrontando una spaventosa mancanza di manodopera, dovuta al fatto che gli europei dell’Est non possono più essere assunti se non a costi insostenibili per le aziende che hanno bisogno della loro forza lavoro. Risultato? Secondo una recente inchiesta del quotidiano The Independent in UK mancano all’appello 2,7 milioni di lavoratori, in massima parte operai, braccianti e camionisti. Il governo Johnson aveva promesso di trovare una soluzione, ma in un paese storicamente molto generoso con i sussidi di disoccupazione è difficile trovare cittadini britannici disposti a lavorare alle condizioni economiche che polacchi, albanesi e rumeni erano felici di accettare.

Un’isoletta sperduta  

Nella visione dei brexiteers questi problemi avrebbero dovuto essere un piccolo prezzo da pagare per veder trionfare la Great Britannia, un paese memore del suo passato coloniale e di nuovo in grado di affermarsi sulla scena mondiale, libero dalle costrizioni imposte dall’Europa. Ma sono bastati i primi summit internazionali (il G20, il G7 e ora anche il COP26) per svelare agli inglesi l’amara verità; il Regno Unito è uno staterello fra tanti, isolato in Europa e privo di qualunque relazione privilegiata con gli Stati Uniti. Lo stesso Johnson se ne è accorto in occasione della sua visita a Washington nel settembre scorso: partito per strappare a Biden un accordo commerciale che avrebbe dovuto azzerare i dazi tra USA e UK, è tornato a mani vuote e ha dovuto ammettere pubblicamente che il Regno Unito “non è una priorità” per l’America. E se non lo è per l’amata America, figuriamoci per noi disprezzati europei.

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