Vendete pure la Tim ma teniamoci la Rete

5 minuti di lettura

Ormai ci abbiamo fatto il callo: ogni volta che un’azienda italiana pare in salute o in crescita o è almeno abbastanza grande da destare appetiti, qualche compratore straniero ce la scippa. A fare l’elenco della spesa delle sole aziende francesi che hanno arraffato a prezzo di saldo le concorrenti italiane indebolite dalla crisi del 2012 facciamo notte e soprattutto ci deprimiamo, quindi lasciamo perdere e veniamo all’ultima vittima: quella Tim già in parte controllata dai francesi di Vivendi ora destinata – pare – a essere acquisita al 51% dal fondo d’investimento statunitense KKR, che hanno appena fatto un’offerta di 11 miliardi di euro (la Tim è attualmente valutata 7,5 miliardi). Se l’affare andasse in porto sarebbe una delle più grandi acquisizioni di sempre nel settore delle telecomunicazioni.

Gli americani non sono degli sconosciuti: da tempo controllano il 37,5 per cento di FiberCop, la società della Tim che sta costruendo la rete di fibra ottica in Italia ed ha quindi un valore strategico fondamentale per il Paese. Con l’economia mondiale in transizione verso il digitale per tutti gli aspetti della produzione (ricerca, fabbricazione, logistica, distribuzione) il controllo delle reti attraverso le quali corre l’informazione è un fattore fondamentale: non averlo significa rinunciare a una parte della propria sovranità.

Ecco perché quella di Tim non sarebbe “solo” una questione di vendita di un’azienda italiana, per quanto blasonata. È una questione di cessione di un asset fondamentale del Paese, legato a doppio filo al Piano di ripresa e resilienza, che alla missione “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività” dedica ben 50 miliardi d’investimenti.

Il governo italiano non è costretto a restare alla finestra: le leggi europee consentono di esercitare un potere di veto sull’acquisizione se questa venisse giudicata in contrasto con gli interessi nazionali. Il problema è che per dimostrarlo bisognerebbe capire cosa KKR ha intenzione di fare di Tim una volta presone il controllo. Per ora gli americani hanno usato il guanto di velluto, annunciando una manifestazione d’interesse non vincolante e “amichevole”, che aspira a “ottenere il gradimento degli amministratori della società e il supporto del management” (del gradimento dei lavoratori non si fa ovviamente parola).

Siccome non c’è modo di sapere cosa KKR farà dopo l’acquisizione, l’unica risposta sensata da parte del governo sarebbe a nostro parere di mettere al riparo la parte delicata dell’azienda, quella che interessa tutti; la rete appunto. In fondo lo Stato è già presente in Tim attraverso Cassa Depositi e Prestiti, che potrebbe assumere l’intero controllo della rete, trasformare i dipendenti Tim che se ne occupano i dipendenti pubblici e lasciare il resto dell’azienda – la sua parte commerciale – alla KKR.

Non c’è dubbio che la task force messa insieme in tutta fretta da Draghi per approfondire la questione analizzerà questa opzione: d’altra parte tra i suoi membri ci sono tutti gli “adulti” del governo, i pochi di cui il premier si fida davvero, ovvero Daniele Franco, Vittorio Colao, Giancarlo Giorgetti e il sottosegretario con Delega ai servizi segreti Franco Gabrielli. Mettersi di traverso all’acquisizione potrebbe scoraggiare le aziende straniere dal fare investimenti in Italia, ma lasciare che queste trattino il nostro paese come terra di conquista è di sicuro un errore altrettanto grave; ecco perché la possibilità di mettere al sicuro la parte strategica di Tim riservandola allo Stato e lasciare che il resto vada dove vuole il mercato pare essere la soluzione migliore. Anche per segnalare che l’era del discount Italia per le aziende straniere è giunta finalmente al termine.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Il Pallone Racconta – Milan e Napoli ko: l’Inter ora è a -4

Articolo successivo

Fra green pass e terze dosi è valzer dei numeri

0  0,00