Eutanasia e suicidio assistito, la Chiesa non batte in ritirata

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Sta facendo molto discutere la vicenda di Mario, tetraplegico da 10 anni che ha ottenuto il via libera al primo caso di suicidio assistito in Italia.

Il semaforo verde è arrivato dal Comitato etico dell’Azienda sanitaria Asur Marche di Ancona dove lui è in cura, che ha stabilito che il paziente possiederebbe tutti i requisiti previsti per ottenere l’autosomministrazione del farmaco letale. I membri del Comitato etico hanno concluso che la richiesta di Mario è legittima e va esaudita perché supportata da quattro condizioni: è tenuto in vita soltanto grazie a trattamenti di sostegno; è affetto da una patologia irreversibile e incurabile; è pienamente in grado di intendere e di volere; non è sua intenzione avvalersi di trattamenti per il dolore e la sedazione profonda.

Ovviamente la notizia è stata accolta con grande soddisfazione dall’Associazione Luca Coscioni che si sta battendo per introdurre in Italia l’eutanasia legale con un referendum, e che come da copione ha attaccato il Parlamento che non ha ancora approvato una legge.

La questione apre un dibattito etico che in verità si trascina da anni, nel Paese come in Parlamento, e che vede in prima linea soprattutto la Chiesa. La quale ha sempre opposto un argine a quella che viene definita la cultura della morte e dello scarto.

Papa Francesco, perfettamente in linea con i suoi predecessori, è stato sempre molto categorico su questo punto. La lettera della Congregazione per la Dottrina della fede intitolata “Samaritanus bonus”approvata dal papa, ribadisce la condanna verso ogni forma eutanasica e di suicidio assistito. In essa si legge: “La Chiesa è contraria all’accanimento terapeutico, ma ribadisce come insegnamento definitivo che l’eutanasia è un crimine contro la vita umana. Qualsiasi cooperazione formale o materiale immediata ad un tale atto è un peccato grave che nessuna autorità può legittimamente imporre o permettere”.

Lo stesso Papa Francesco ricevendo in udienza i partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita il 27 settembre scorso, parlando di aborto ed eutanasia ha ribadito: “Con questo noi rinneghiamo la speranza: la speranza dei bimbi che ci portano la vita che ci fa andare avanti e la speranza che è nelle radici che ci danno gli anziani. Scartiamo ambedue. E poi, quello scarto di tutti i giorni, che è la vita scartata. Stiamo attenti a questa cultura. Non è un problema di una legge o dell’altra, è un problema dello scarto. E su questo punto voi accademici, le università cattoliche e anche gli ospedali cattolici, non possiamo permetterci di andare. È una strada su cui noi non possiamo andare: la strada dello scarto”.

Più volte il pontefice ha condannato aborto ed eutanasia, ma purtroppo come sempre più spesso avviene, i media amplificano certi messaggi e ne censurano sistematicamente altri: aperture di Tg e titoloni a sei colonne sui giornali se il papa parla di immigrazione, di ecologia, condanna i respingimenti dei migranti, parla di crimini contro l’umanità ogni volta che questi muoiono in mare; silenzio invece se con grande forza grida che “abortire è come assoldare un sicario per uccidere” o che “l’eutanasia non ha basi giuridiche” è “omicidio di Stato”.

Commentando ieri la vicenda di Mario, la Pontificia Accademia della Vita ha dichiarato: “E’ certamente comprensibile la sofferenza determinata da una patologia così inabilitante come la tetraplegia che per di più si protrae da lungo tempo. Non possiamo in nessun modo minimizzare la gravità di quanto vissuto da ‘Mario’. Rimane tuttavia la domanda se la risposta più adeguata davanti a una simile provocazione sia di incoraggiare a togliersi la vita. La legittimazione ‘di principio’ del suicidio assistito, o addirittura dell’omicidio consenziente, non pone proprio alcun interrogativo e contraddizione ad una comunità civile che considera reato grave l’omissione di soccorso, anche nei casi presumibilmente più disperati, ed è pronta a battersi contro la pena di morte, anche di fronte a reati ripugnanti? Confessare dolorosamente la propria eccezionale impotenza a guarire e riconoscersi il normale potere di sopprimere, non meritano linguaggi più degni per indicare la serietà del nostro giuramento di aver cura della nostra umanità vulnerabile, sofferente, disperata? Tutto quello che riusciamo ad esprimere è la richiesta di rendere normale il gesto della nostra reciproca soppressione?”.

E’ proprio qui il punto. Che modello di società si vuole costruire? Una società fondata sul primato della vita o su quello della morte? La risposta sembra dirigersi verso la seconda opzione visto che paradossalmente, nel momento stesso in cui si stanno obbligando le persone a vaccinarsi per non correre il rischio di morire per Covid, si vorrebbero introdurre politiche mortifere laddove la nascita di una nuova vita o la permanenza in vita di un malato incurabile possono costituire un problema. Si vuole insomma legittimare una cultura dello scarto fondata sul rifiuto di tutto ciò che è da ostacolo ad un’esistenza che si pretende priva di sofferenze, sacrifici, malattie, malformazioni fisiche, handicap ecc. Con lo Stato che si trasforma di fatto in mero esecutore dei desideri individuali. Ma se si incontra una persona che sta su un precipizio e minaccia di gettarsi nel vuoto l’istinto naturale non è quello di impedirlo? Perché invece si pretende dallo Stato che dia la spinta decisiva? 

Va detto che su questi punti la Chiesa non ha mai battuto in ritirata come spesso è stata accusata di fare su altre questioni, ad esempio i diritti civili, con prese di posizione giudicate troppo deboli o addirittura contraddittorie. Invece, tanto per ciò che concerne il Ddl Zan che appunto il tentativo di imporre l’eutanasia legale, ha dimostrato di saper giocare d’anticipo, cercando di prevenire il pericolo ed evitando poi di trovarsi a prendere posizione soltanto da sconfitta.

Non solo, la reazione del mondo laicista, che sul Ddl Zan ha rispolverato il peggiore armamentario anticlericale invocando persino l’abolizione del Concordato Stato-Chiesa e che sull’eutanasia mette sistematicamente il bavaglio al papa, ha dimostrato quanto ipocrite ed opportunistiche siano certe difese d’ufficio delle parole di Francesco, quando queste sono indirizzate contro la politica dei muri o in favore della narrazione ecologista alla Greta. La prova di come i nemici della Chiesa possono pure vestirsi da agnelli, ma sotto restano lupi pronti ad azzannare quando non si sta dentro la logica del pensiero unico. 

 

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