Firmare un trattato con la Francia è facile. Adesso vediamo se funziona

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In Germania, dove l’alleanza è vista con sospetto, l’hanno battezzato Dracon, termine tra il fantasy e il mitologico che implica chissà quali misteri diplomatici e sortilegi politici si celano dietro quello che in Italia è stato chiamato semplicemente Trattato del Quirinale, ovvero l’intesa economica e diplomatica tra Italia e Francia firmata venerdì scorso a Roma.

Rivenduta in Italia come l’ennesima invenzione di Super Mario, in realtà il Trattato era in elaborazione dal lontano 2017, ma era stato ritardato dalle intemperanze del disastroso governo giallo-verde (qualcuno ricorda l’allora ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio che andò in Francia per incontrare i gilet gialli facendo tanto infuriare Macron da indurlo a ritirare l’ambasciatore?). Tornato l’ordine a Palazzo Chigi gli sherpa di entrambe le diplomazie hanno potuto riannodare i fili spezzati portando a compimento un testo che promette di trasformare quelli che erano due paesi rivali, in disaccordo su quasi tutto – dalla gestione dei migranti, al caos in Libia, al ruolo della Nato – in partner in grado di controbilanciare lo strapotere tedesco in Europa.

Per questo motivo in Germania ci si preoccupa; se un giornale prestigioso come Handelsblatt (Il Sole 24 Ore tedesco) parla di “un timing sospetto” e di una “unione nel nome del debito” che mira a cambiare il Patto di stabilità, Börsen-Zeitung ammette apertamente che “Italia e Francia hanno interessi comuni e che vogliono farli valere, anche nei confronti del nuovo governo tedesco”. Il fatto è che negli anni scorsi, con la progressiva uscita del Regno Unito dalla UE e la perdita d’importanza dell’Italia sullo scacchiere continentale la Germania ha avuto vita facile nell’imporre la sua visione su tutto il continente a patto di concedere qualche obolo ai francesi.

Ora la situazione si fa più delicata, perché Macron ha deciso di giocare apertamente su più tavoli e intende far capire che se la Francia è ancora il Paese al cuore dell’Europa continentale è pure una potenza mediterranea, in grado di portarsi dietro l’Italia e tutta l’Europa del Sud, dal Portogallo alla Grecia passando per la Spagna. Ecco perché il Trattato firmato di fronte a Mattarella è da considerare per ora soprattutto una vittoria dell’Eliseo, che mette in difficoltà una Germania indebolita dalla mancanza di un leader forte ora che la Merkel ha lasciato e Scholz è ancora alle prese con la formazione del suo governo.

Roma ora deve dimostrare di essere in grado di ricavare qualcosa per sé, altrimenti rischia di essere vista solo come l’ancella di Parigi nella lotta per la supremazia europea con Berlino. È vero che l’intesa informale con la Francia è stata utile all’Italia per garantirsi una bella dei fondi per il Next Generation EU, ma le vere sfide sono quelle che si parano davanti a partire dal 2022. Se l’Italia riuscirà a imporre, grazie al sostegno di Macron, la revisione del Patto di stabilità e una seria modifica della gestione della politica migratoria e d’asilo allora l’intesa potrà dirsi un successo anche per noi.

Su quest’ultimo punto è possibile che Draghi riuscirà a ottenere qualche buon risultato per il semplice fatto che conviene anche a Macron, ritrovatosi di recente a litigare con Londra per il controllo del flusso dei clandestini sulla Manica e a prevenire i rischi collegati all’enorme flusso di disperati che premono ai confini della Bielorussia, pronti a dilagare in Francia e Germania non appena riusciranno a entrare in Polonia. Su tutto il resto sta a Mario dimostrare di essere riuscito, se non di sostituirsi alla Merkel, per lo meno di essere diventato un interlocutore importante quanto Scholz. E allora forse il Dracon volerà davvero su Berlino.

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