Anergia da vaccini, oggi la scoperta: ma c’è chi ne parla da mesi

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Fenomeno ANERGIA e perché esce solo oggi se alcuni avvertivano di questo pericolo? 

Ema e Oms stanno riconoscendo il fenomeno dell’anergia come rischio da booster. Ora, se dobbiamo confrontarci sui temi, va riconosciuto che c’erano scienziati e persone che ne parlavano da subito come il professor Paolo Puccetti (nella foto) che in un post di qualche giorno fa ha scritto: “Lasciatemi togliere un sassolino dalla scarpa. Leggo oggi che uno dei più strenui e storici sostenitori della vaccinazione arriva a dire: «Se si vaccina ogni due-tre mesi per stimolare continuamente la risposta effettrice, dopo un po’ potrebbe ottenersi l’effetto contrario. Il sistema immunitario si potrebbe “anergizzare” (anergia è l’incapacità di un organismo di reagire a infezioni o al contatto di una sostanza inoculata e dotata di potere antigene, ndr). Si rischia l’effetto paradossale di “paralizzare” la risposta immunitaria». Ho parlato di questo, ho anticipato il concetto di anergia, ho previsto la variante endemizzante assimilabile ai virus del raffreddore comune esattamente in un’intervista del 31 marzo 2021. Se vi prendete la briga di leggerla, c’è tutto. Molti dei miei post che seguirono spiegano l’esaustione (un tipo di anergia), il blocco della risposta effettrice e la conseguente “protezione negativa” verso una successiva reinfezione”.

E adesso ne scrive la dottoressa Viola su La Stampa, ma solo ieri (sic) e rispetto all’ipotesi quarta dose (grazie a questo editoriale mi si è accesa la lampadina e ho ricordato che se ne parlava un anno fa tra alcuni medici, come appunto Puccetti (LEGGI QUI).

Una scelta, si spiega, discutibile perché, come nel caso della terza dose, anche questa volta ci si muove seguendo sì la logica, ma senza precise evidenze scientifiche. La stimolazione continua e ravvicinata nel tempo del sistema immunitario sempre con lo stesso antigene (la proteina Spike) potrebbe avere effetti negativi sull’efficacia dei vaccini. Alcuni immunologi temono che si verifichi un fenomeno noto come “anergia”, una sorta di esaurimento della risposta anti-Spike, come se, nel vedere sempre la stessa molecola, il sistema immunitario non la riconoscesse più come un pericolo.

Insomma il concetto è che ripetere nel tempo lo stesso vaccino potrebbe quindi avere effetti opposti a quelli che cerchiamo. Tuttavia, non è detto che questo accada con questi vaccini e, anzi, i dati raccolti finora non suggeriscono questa possibilità. Un altro pericolo consiste però nell’allenare il sistema immunitario a riconoscere un virus che in realtà non c’è più. Il virus muta, anche rapidamente, come abbiamo visto nel caso di Omicron, e già oggi servirebbero dei vaccini aggiornati per generare una risposta immunitaria altamente efficace contro la nuova variante. Stimolare ripetutamente il sistema immunitario contro una proteina Spike vecchia potrebbe indebolire le future risposte al virus mutato”

“Cosa fare allora? Pfizer ha annunciato un vaccino anti-Omicron per la primavera ma, probabilmente, sarà troppo tardi. Per le sue caratteristiche di estrema contagiosità, Omicron raggiungerà un picco di contagi a breve e poi comincerà a mollare la presa. Il vaccino potrebbe tornare comunque utile se Omicron si ripresentasse ripetutamente ma, se come dice l’OMS entro due mesi il 50% degli europei sarà contagiato, non servirà nell’immediato. La strategia, lo scriviamo da tempo, è quella di lavorare ad un vaccino pan-coronavirus, in grado di riconoscerli tutti, quelli presenti e quelli futuri. Ma naturalmente è molto più facile a dirsi che a farsi. In attesa quindi che la scienza riesca a generare un vaccino pan-coronavirus che induca una protezione durevole ed efficace, dobbiamo usare gli strumenti che abbiamo a disposizione e farlo con saggezza. La prima domanda che quindi dovremmo porci è se vogliamo bloccare la circolazione del virus o se ci basta ridurre la pressione a livello ospedaliero. Nella condizione ideale, bloccare il virus sarebbe la scelta migliore, perché proteggerebbe coloro che non rispondono ai vaccini ed eviterebbe che il virus, circolando, possa mutare. Riuscire ad arrivare a questo risultato con i vaccini che abbiamo e con la propensione del virus a cambiare sembra però un’impresa davvero ardua e richiederebbe vaccinazioni continue. Evitare invece la crisi degli ospedali è fattibile, attraverso un insieme di norme che vanno dall’obbligo vaccinale ai richiami periodici per le categorie più a rischio, magari previa valutazione del titolo anticorpale. Norme che vanno accompagnate da cambiamenti strutturali, come l’ampliamento dei reparti Covid19 e delle terapie intensive. Al governo spetterà la scelta tra queste due strade, ma la direzione dovrà essere chiara, senza tentennamenti continui.”

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