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L’Italia pensa al Colle, ma scorda i venti di guerra. Draghi “richiamato” da Biden

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Raccontano i soliti bene informati che Biden ha invitato Draghi alla videoconferenza con Germania, Francia, Gran Bretagna e Polonia allo scopo di scuotere l’Italia dal suo «torpore» sulla crisi ucraina. I venti di guerra che spirano sui confini orientali dell’Europa non sembrano turbare più di tanto la pubblica opinione nazionale, che è tutta concentrata a contemplare i riti bizantini dell’elezione del capo dello Stato, oltre naturalmente a seguire il quotidiano bollettino della pandemia.

Non ci sono solo i movimenti di truppe e di navi nell’area compresa tra il Mar Nero e il Mar Baltico ad annunciare turbolenze. C’è anche da tenere sott’occhio il nervosismo dei mercati, dovuto certo alla crisi internazionale alle porte, ma soprattutto al rincaro delle materie prime e al possibile aumento dei tassi annunciato dalla Fed.

Non promette nulla di buono neanche la guerra commerciale che la Cina ha scatenato contro la Lituania per il solo fatto che Vilnius hdraghia “osato” aprire un rappresentanza ufficiale di Taiwan. Si tratta chiaramente di un minaccioso segnale lanciato all’intera Europa: la Cina è pronta a usare l’economica come arma di ricatto politico. E potrebbero derivarne guai seri, visto il nostro ritardo tecnologico in settori strategici: pensiamo ad esempio al fatto che la Repubblica Popolare è leader nella produzione delle batterie al litio, una componente essenziale nella produzione di auto elettriche.

I mass media italiani sono invece immersi nell’auscultazione della pancia dei Grandi Elettori, per cercare di capire e di intuire la possibile insorgenza del morbo del franco tiratore che renderebbe vani i «frenetici» (è l’aggettivo più frequente in questi giorni) contatti tra i leader.

Per quanto riguarda la crisi ucraina, c’è da dire per la verità che la riluttanza italiana a schierarsi decisamente a fianco degli Usa dipende per buona parte dai cospicui interessi economici che sono in ballo. Basti pensare che nell’ultimo anno l’import-export con la Russia è salito di venti miliardi di dollari. E non si tratta certo di bruscolini.

Ma, al di là del portafoglio, l’apatia e la voglia di disimpegno dell’Italia dipendono da un limite più profondo e strutturale: l’incapacità di proiezione geopolitica, che vuol dire soprattutto incapacità di individuare gli interessi del Paese e di perseguirli in un mondo sempre più turbolento. Diciamo che, dalla fine della guerra fredda in poi, l’Italia è entrata (in) e mai più uscita (da) una condizione di sospensione dalla storia, una sorta di sonnambulismo culturale e spirituale da cui non riesce ad affrancarsi.

Il prossimo capo dello Stato e i prossimi governi dovranno avere questa missione principale: scuotere l’Italia dal suo torpore storico e geopolitico. Prima che a farlo, traumaticamente, siano una guerra o una crisi economica. E a quel punto potrebbe essere troppo tardi.

di Aldo Di Lello

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