Usa goodbye, da Draghi una sveglia potente all’Europa. Peccato quel lapsus sulla Russia…

venerdì, 15 Maggio 2026
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Fino a ieri era considerato l’uomo di Goldman Sachs e dei poteri forti transatlantici, l’esponente più filoamericano del gotha finanziario europeo. Qualcosa però deve essere accaduto nella mente di Mario Draghi, perché negli ultimi anni l’ex presidente della Bce parla un linguaggio diverso. Ieri, ricevendo ad Aquisgrana il Premio Carlo Magno, il “salvatore dell’euro” ha sancito in modo chiaro e solenne il divorzio Europa-Usa.

Sono semplici le parole di Draghi, ma dure, potenti, inequivocabili. «Siamo soli, insieme», saetta Supermario, che poi tuona così: «Decisioni con conseguenze profonde per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, senza riguardo per le regole che un tempo gli Stati Uniti difendevano». Il riferimento, chiarissimo, è alla guerra lanciata da Donald Trump all’Iran su pressione di Benjamin Netanyahu e senza il minimo accenno di coinvolgimento degli alleati europei. La conseguenza è amara e drammatica: «Per la prima volta, dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che avevamo date per scontate».

È un avviso ai naviganti, soprattutto a quelli che coltivano ancora la speranza che si possa ricostruire il rapporto con gli Stati Uniti come era una volta. Le orecchie, tra gli altri, saranno sicuramente suonate a Giorgia Meloni, la quale, fino alla crisi del Golfo, coltivava ancora la speranza che l’Italia potesse essere “ponte” tra Europa e Stati Uniti.

Siamo soli, appunto, in un mondo di competitori spregiudicati e aggressivi. E dobbiamo imparare a fare da soli, ad aiutarci da soli.

Draghi, in fondo, non ci dice nulla di nuovo, ma lo dice guardano ai grandi processi storici, con il respiro lungo che va al di là dell’orizzonte immediato. E questo discorso deve essere inteso soprattutto da quelli, come gli esponenti della sinistra europea, che fanno partire il “divorzio” Europa-Usa dall’avvento di Trump, come se tutto tornasse, d’incanto, come prima se alla Casa Bianca entrasse un presidente democratico. Le cause dello strappo atlantico di oggi sono profonde nonché strutturali e dipendono prima di tutto dal fatto che gli Stati Uniti non si sentono più garanti dell’ordine internazionale in un tempo dominato dalla corsa sfrenata al primato tecnologico unitamente alla competizione all’ultimo sangue per l’accaparramento delle  risorse della Terra.

L’Europa è debole a causa della sua dipendenza strategica rispetto al resto del mondo. Questa dipendenza è la conseguenza, innanzi tutto, del suo ritardo rispetto alla velocità di modernizzazione imposta dai colossi mondiali. «L’Europa sta perdendo terreno rispetto a Usa e Cina nelle tecnologie decisive del prossimo decennio».

Pur se è risultata chiara la sua tesi dell’allontanamento tra Europa e Usa, Draghi deve però aver ancora conservato nella sua mente qualche riflesso condizionato del suo passato filoamericanismo. Rivelatore è un passaggio del suo discorso. È quando sostiene che la Cina non può essere un partner strategico dell’Europa perché «sostiene direttamente il nostro avversario, la Russia». È una voce dal sen fuggita, un lapsus: definire questo grande e potente Paese un “avversario” equivale a considerarlo un “quasi nemico” e a considerare noi europei in una condizione di “belligeranza” fredda e non dichiarata.

Certo, l’Europa sostiene l’Ucraina (che è in guerra con la Russia), applica sanzioni economiche a Mosca, tiene in stato d’allerta i suoi soldati e i suoi cacciabombardieri dislocati nelle basi Nato dell’Est. Ma a nessun esponente politico europeo verrebbe in mente di definire “avversario” la Russia, pur se in cuor proprio la pensa così. Stanno tutti bene attenti a come parlano, vista anche la suscettibilità degli uomini di Vladimir Putin.

Draghi non ha – è vero – responsabilità politiche, ma l’idea che la Russia sia una potenza comunque ostile (e quindi da combattere) è frutto di una visione in qualche modo “americana” o comunque fortemente “atlantica”, laddove invece, in una sana prospettiva europea, si dovrebbe prevedere la possibilità di ricucire un giorno i rapporti con Mosca. Ciò, naturalmente, senza mai abbassare la guardia e senza equivoci pacifismi. Il fatto è che la rivalità con la Russia è un dato strutturale dell’ottica geopolitica americana riguardo alla massa continentale europea.

Questo lapsus di Draghi non inficia in alcun modo la validità del suo discorso sull’Europa e sulla necessità di un suo prossimo risveglio. Ci ricorda solo che ogni discorso economico e politico ha sempre bisogno di un supporto geopolitico.  La storia, in fondo, non è che geografia in mutamento. Anche nell’era della globalità e dei mondi virtuali partoriti dall’Intelligenza artificiale.

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