Ritorno al proporzionale, l’operazione stavolta può riuscire: ecco perchè

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Nonostante la batosta rimediata sulla strada per il Quirinale, Matteo Salvini ha ancora voglia di tirare fuori conigli dal cilindro: l’ultimo, freschissimo di giornata, si chiama federazione di centrodestra, sul modello del partito repubblicano americano. Si tratta in sostanza della riproposta della federazione Lega-Forza Italia, avanzata (e subito rientrata) qualche mese fa.

Anche questo tentativo salviniano sembra destinato ad andare a vuoto, vista l’indisponibilità di FI, ribadita in questi giorni dalla pasdaran berlusconiana Licia Ronzulli: «Da questo momento in poi noi rivendichiamo spazi di autonomia». Ma il problema vero non è stabilire la sorte del nuovo coniglio del Capitano, bensì capire che si tratta di un disperato tentativo di uscire dall’accerchiamento operato ai suoi danni da neocentristri, lettiani, pentastellati fedeli a Di Maio (con la Meloni che lo bombarda da destra).

Stavolta il rischio è grosso, perché i suoi avversari stanno rimettendo in campo un’arma che si potrebbe rivelare letale: il cambiamento in senso proporzionale del sistema elettorale. E allora addio bipolarismo, addio centrodestra, addio leadership sullo schieramento, addio sogni di premiership.

Di un ritorno al proporzionale si parla in realtà da tempo, per l’esattezza dalla nascita del Conte bis. E questo perché Pd e M5S puntavano a risparmiarsi l’imbarazzo di presentarsi alleati all’elettorato dopo essersele date a lungo di santa ragione. L’iniziativa poi si è arenata con la nascita del governo Draghi.

Oggi però le possibilità di successo sono decisamente maggiori. E questo per due motivi: il primo certo e il secondo eventuale. Il motivo certo è che ci sono più soggetti interessati all’operazione. Al Pd e al M5S si aggiunge la galassia di centro in via di ricostituzione. E non si tratta solo dei soliti spezzoni moderati in cerca di sistemazione. Oggi c’è di mezzo anche Forza Italia, uscita ringalluzzita dalla partita del Colle e decisa a divincolarsi dall’abbraccio per lei soffocante di un centrodestra a trazione sovranista.

L’alto numero di soggetti interessati non è certo, di per sé, garanzia di successo. Ma – e qui veniamo al motivo eventuale- a spingere definitivamente verso il proporzionale potrebbe essere un elemento, che è a lungo rimasto sullo sfondo, ma che ora, dopo la rielezione di Mattarella, torna in primo piano: che farà Draghi nella prossima legislatura? Potrebbe rimanere un po’ a bagnomaria, in attesa che Mattarella, stanco di Quirinale, decidesse di ritirarsi anzitempo, come fece Napolitano che si dimise due anni dopo la riconferma.

Ma c’è anche l’eventualità, da tempo caldeggiata da diversi circoli internazionali, di una sua riconferma a Palazzo Chigi, al fine di completare il lavoro cominciato nel febbraio 2021. L’Italia non è ancora fuori pericolo e ci potrebbe essere ancora bisogno di SuperMario per arrestare i tentativi nordeuropei volti a rimetterci sotto ricatto spread. Va da sé che per trattenere Draghi a Palazzo Chigi anche nella XIX Legislatura c’è bisogno di partiti dalle mani liberissime, senza vincoli di schieramento e quindi pronti a proseguire l’esperienza “tecnica” per la “salvezza della Patria”. E quale miglior sistema elettorale potrebbe servire a tale scopo se non un sistema proporzionale?
Forse il nuovo coniglio di Salvini neanche uscirà dal cilindro. All’esterno sono in molti, già pronti con tegame, rosmarino e spezie varie, a cucinarlo alla cacciatora.

Aldo Di Lello

 

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