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Due anni dopo la Cina risponde ancora al Covid con il lockdown

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Ci si aspetterebbe che il primo paese che ha dovuto fare i conti col Covid sia pure quello che ha sviluppato i sistemi più efficienti e rapidi per rispondere alle nuove ondate di contagi: invece la Cina sta reagendo all’attacco della variante Omicron con l’unico sistema impiegato fin dai primi mesi del 2020; lockdown, lockdown e ancora lockdown.

Nonostante questa variante sia decisamente meno aggressiva di quelle precedenti e tutti gli stati occidentali siano stati in grado di gestire il suo diffondersi senza chiudere la gente in casa, a Pechino hanno deciso che all’apparizione di un focolaio l’unica soluzione è chiudere tutti in casa. Questa strategia è ovviamente dovuta al fatto che la Cina è una dittatura, i cui cittadini sono sudditi che rispondono senza alcuna protesta agli ordini delle autorità, ma anche alla scarsissima qualità dei vaccini cinesi, gli unici ammessi nel Paese. I sieri più utilizzati, sviluppati da Sinopharm e Sinovac, utilizzano infatti virus inattivati, molto meno efficaci contro le infezioni da Omicron rispetto ai vaccini mRNA sviluppati da Moderna e da Pfizer.

Sapendo che i medicinali locali non proteggono più di tanto, i capi del Partito comunista preferiscono tenere i cittadini confinati nei loro appartamenti. Peggio per loro, direte voi. No, peggio anche per noi, perché milioni di cinesi chiusi in casa sono milioni di cinesi che non vanno in fabbrica per produrre tutti quei beni intermedi (macchinari, microchip, semilavorati) che servono alle industrie americane ed europee e per produrre quei beni finiti (cellulari, vestiti, giocattoli) che noi occidentali compriamo senza sosta. Insomma, dal lavoratore cinese dipende la sorte di lavoratori e consumatori italiani, francesi o polacchi.

Secondo l’FMI solo nel 2021 questo problema ci è costato un punto di crescita globale (è stata del 5,9%, sarebbe potuta essere del 6,9%) e soprattutto ha causato un enorme aumento dei prezzi, perché le merci non prodotte hanno comportato un aumento dei costi di quelle che sono effettivamente arrivate sui mercati occidentali. Il vicedirettore generale del FMI Gita Gopinath non ha usato giri di parole: “La strategia zero-Covid della Cina potrebbe esacerbare le interruzioni dell’approvvigionamento globale”.

Le dimensioni del problema sono state chiarite da un paio di numeri brutali forniti dal WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio: nel secondo trimestre del 2021 le aziende cinesi hanno venduto beni intermedi a paesi esteri per 354 miliardi. Il secondo maggior esportatore, gli Stati Uniti, è arrivato a malapena a 200 miliardi. La situazione potrebbe persino peggiorare se la Cina decidesse di rimediare ai suoi guai concentrando la sua produzione per il mercato interno – ultimamente indebolitosi – sapendo che quello esterno non potrà fare altro che aspettare visto che nessun altro paese produttore è in grado di sostituirla.

Ecco perché anche se in Italia apriamo le discoteche, usciamo senza mascherina e riempiano i ristoranti non possiamo dire di esserci lasciati il Covid alle spalle. Finché i cinesi non saranno in grado di uscirne pure noi resteremo condizionati da una pandemia che dopo due anni continua a minacciare la crescita globale.

 

1 Comment

  1. Servizio ironico, spero.
    Dunque i sieri genici (non li chiamare vaccini, perche’ non lo sono) americani sarebbero piu’ efficaci di quelli a virus inerte? Ma perche’ prima di scrivere un articolo non andate a verificare le fonti onde scrivere sciocchezze?
    1) Omicron non arriva ai polmoni e si ferma alle vie aeree e quindi al di la’ dell’alta contagiosita’ non fa molto di piu’
    2) I sieri genici americano basati sulla proteina spike originale non “vedono” proprio la omicron
    3) I cinesi fanno come gli pare a prescindere dalla bonta’ o meno di un vaccino
    4) Finora non esiste nessun vaccino che blocchi la trasmissione del virus

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