MANI MANI PULITE 30 ANNI DOPO/2 Ecco chi comandava a Tangentopoli

mercoledì, 16 Febbraio 2022
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Quello che ancora stupisce storici, giornalisti, osservatori vari fu la rapidità del crollo della Prima Repubblica sotto i colpi dell’inchiesta Mani Pulite. Come fu possibile la caduta di un sistema, per quanto logoro, in poco più di un anno?  

Le cause sono essenzialmente tre: l’incapacità di rinnovamento dei grandi partiti, la violenza sia delle inchieste giudiziarie sia delle campagne giornalistiche, la destabilizzazione seguita al cambiamento degli equilibri internazionali e alla fine della guerra fredda. Illuminante, nel suo geniale cinismo, fu una battuta attribuita a Giulio Andreotti: «Amo tanto la Germania da preferirne due». Il Divo Giulio aveva probabilmente capito che la fine della contrapposizione Est-Ovest indeboliva il ruolo strategico dell’Italia e quindi determinava la cessazione degli appoggi fino ad allora goduti dalla classe dirigente politica.

L’unica forza che avrebbe potuto promuovere il rinnovamento del Paese, quando ancora non era scaduto il tempo del cambiamento, era il partito di Craxi, proprio la forza che sarebbe stata maggiormente colpita dalla “rivolta morale” scoppiata sulla scia di Mani Pulite. Il fatto è che la modernizzazione dell’Italia promessa dei socialisti rimase in gran parte sulla carta, a parte la sfida vinta con la Cgil e il Pci sulla scala mobile e sul controllo dell’inflazione. Craxi perse l’appuntamento con la Grande Riforma delle istituzioni di cui pure si era fatto promotore.

Così, alla fine degli anni Ottanta, anche i “modernizzatori” craxiani erano rifluiti in una linea di puro e semplice mantenimento degli equilibri. Nel clima dei vorticosi cambiamenti  del dopo guerra fredda, la conservazione dell’esistente non era però più possibile: pezzi rilevanti di società si staccavano sempre più rapidamente dal sistema di potere.

Questo crescente rifiuto del modello politico prevalente e, conseguentemente, delle classe dirigente che lo aveva fino ad allora rappresentato era avvertito sia al vertice sia alla base della società. Al vertice, c’era un’élite imprenditoriale e finanziaria, già collegata all’Europa e alla nascente globalizzazione, che cercava nuovi e più dinamici interlocutori politici e che pertanto non riusciva più a intendersi con un ceto di parlamentari, amministratori e governanti chiuso nel perimetro autoreferenziale delle vecchie contese di potere.

Alla base, c’era un popolo livido, in declino economico e sociale, un popolo sul quale comincia a pesare il debito pubblico accumulato nel decennio precedente: nel 1992 era arrivato al 105,5 % , per poi raggiungere il 115 l’anno successivo (nel 1981 era al 60). Incombeva l’austerità di bilancio, con i conseguenti tagli alla spesa e le pesanti ripercussioni sociali che quelle sforbiciate comportavano.

In tale situazione, il sistema della tangente non era più tollerabile. Era un sistema “scientifico”: ogni appalto doveva fruttare finanziamenti ai maggiori partiti, che se li dividevano in base alle rispettive quote di potere. Benvenuti a Tangentopoli.

Così, quando partirono le inchieste e i giudici del pool milanese (Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo) iniziarono a spiccare mandati di cattura nei confronti  degli esponenti politici, ogni arresto era seguito dalla “ola” popolare.

Ma qui comincia la malafede che accompagna Mani Pulite. Una malafede espressa da diversi soggetti. Innanzi tutto dagli imprenditori coinvolti nel sistema della tangente, i ”concussi”, che in realtà facevano parte integrante di Tangentopoli: «Molti imprenditori –ha detto il giudice Davigo – costituivano una categoria di soggetti abituati a vivere di protezione, al riparo dalla concorrenza, con un mercato privilegiato in cui gli appalti venivano spartiti al loro interno». Chi non faceva parte del “cartello” non otteneva né lavori né favori.

Il secondo soggetto in malafede era la stessa opinione pubblica degli “onesti”. Simona Colarizi, docente di storia contemporanea alla Sapienza, parla dell’«assurdo mito di un popolo incorrotto contro l’evidenza, invece, di una cittadinanza afflitta dagli stessi mali dei suoi governanti, con i quali per mezzo secolo aveva stretto patti taciti» (“Passatopresente”, Laterza 2022).

In malafede era anche il Pci-Pds, che aveva pienamente fatto parte del sistema della tangente ma che fu risparmiato dai giudici, appoggiandone peraltro l’azione in nome di una rinnovata “questione morale” (il primo a parlarne era stato Berlinguer). Osserva ancora la Colarizi: «Manca una completa documentazione per stabilire quanto abbia contato, nella decisione di affiancare fino in fondo l’operazione Mani Pulite, il timore che il pool iniziasse a indagare anche sul Pci-Pds; ma qualche pesante indizio di una sorta di ricatto emerge se si vanno a ripercorrere le indagini sulle cooperative rosse, proprio a cavallo della primavera del ‘93». E tanto basta.

Ma la malafede più grande, unita a un cinismo inquietante, riguarda un altro soggetto ancora, nato proprio nei mesi incandescenti di Mani Pulite: l’apparato giudiziario-mediatico, che distrusse reputazioni e carriere, facendo nascere un nuovo modo, assai più spregiudicato, di fare politica, un modo unito a un’inedita forma di populismo. Ne parleremo nella prossima puntata, anche perché da lì vengono diversi mali che ancora affliggono la vita pubblica italiana.

(Continua)

 

 

 

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