Ci sono storie davvero toccanti, di quelle che ti entrano nel cuore e oltre a commuoverti ti scatenano tanta rabbia. Perché ti chiedi come sia possibile che possano accadere cose simili, con le Istituzioni praticamente sorde ai grandi drammi umani. La storia che vi stiamo per raccontare è quella che ha per protagonista Vanessa, una madre sola con due bambine entrambe fragili, che ha rischiato di perdere in virtù di una legge che spesso non ascolta la voce del cuore. Oggi si ritrova sola a dover gestire una situazione sociale molto delicata.
Vanessa, può raccontarci la sua storia?
“Sono una ragazza madre con due bambine, di 11 e 10 anni. Abbiamo alle spalle una dolorosa storia di violenze domestiche, io e le mie figlie prendevamo botte continuamente, fino a quando siamo riuscite ad allontanare il padre violento. Una storia però che ha segnato irrimediabilmente le bambine, tanto è vero che la maggiore nel 2018 ha tentato il suicidio. E’ stata ricoverata e le è stato diagnosticato un disturbo bipolare. Le hanno quindi prescritto una cura farmacologica e i farmaci che le sono stati somministrati sono talmente forti che di solito si danno ai ragazzi con più di 18 anni. In seguito ci siamo rivolti ad un’associazione, io ho dovuto smettere di lavorare per seguire mia figlia, e abbiamo iniziato una terapia cognitivo comportamentale, meglio conosciuta come psicoterapia. Ma purtroppo i guai non sono finiti”.
Che è accaduto?
“Ho iniziato ad avere problemi anche con la minore, nata in seguito ad una violenza, che abbiamo scoperto mancare di funzionamento intellettivo e cognitivo. Lo psichiatra dell’Asl a quel punto mi ha invitato a richiedere l’assistenza domiciliare. A quel punto mi sono rivolta ai servizi sociali del Segretariato dell’XI Municipio di Roma cui appartengo. Non mi hanno dato l’assistenza domiciliare e mi hanno rinviato al Tribunale dei Minori dicendomi che così prevedeva l’iter e qui è iniziato per me un vero incubo. L’assistente sociale del Tribunale in pratica, con fare autoritario, ha iniziato ad impormi una serie di condizioni per poter tenere le mie figlie, paventando la possibilità che potessi perdere la genitorialità”.
E cosa le hanno chiesto?
“Le mie bambine hanno rischiato di finire in una casa famiglia perché mi hanno accusato di non essere una buona madre. Mi sono dovuta rivolgere a ben due legali che ho ovviamente pagato a mie spese, mi sono dovuta sottoporre al giudizio del Tribunale dei Minori, ho poi dovuto cambiare casa perché quella in cui abitavo era di 70 metri quadri e non era ritenuta idonea. Mi sono dovuta comprare un’altra casa composta da tre camere e tre bagni, vendendo una villetta in campagna che era di mio padre. Poi trovata l’abitazione pensavo di essermi tranquillizzata, invece mi hanno creato altri problemi, dicendo che dovevo trovarmi un lavoro, cosa che ho fatto. Per tutta risposta io ancora non ho avuto il decreto del Tribunale dei Minori e per quanto riguarda l’assistenza domiciliare sono in alto mare, perché dal Segretariato mi rispondono che non hanno fondi. Ho bisogno di avere un decreto che possa certificare che avendo ottemperato alle disposizioni il procedimento giudiziario è concluso. Se la mia figlia maggiore dovesse tentare ancora di suicidarsi come ha purtroppo minacciato, che facciamo? Ricominciamo daccapo? Devo rischiare di perdere la genitorialità un’altra volta? Io ho bisogno urgente dell’assistenza domiciliare, soprattutto per la bimba più piccola che ha purtroppo un lieve ritardo mentale. Mia figlia in pratica ha dieci anni, ma ragiona come se ne avesse ancora sei”.
Una situazione drammatica possiamo definirla?
“Direi proprio di sì: la figlia maggiore soffre di un disturbo bipolare. L’altra manca di funzionamento intellettivo. In pratica devo pagare due psicoterapie e in più anche una logopedia. Tenga conto che io guadagno con il mio lavoro 600 euro al mese. E’ evidente che con le spese non ci rientro. Ma le mie figlie sono due 104 e avrebbero pieno diritto all’assistenza domiciliare, la seconda anche ad un tutor”.
E perché questo diritto non le viene riconosciuto?
“Ho chiesto di poter avere un Pai, Piano assistenziale individualizzato, da sottoscrivere fra l’utente e il Segretariato sociale del mio Municipio. Mi è stato risposto che per averlo dovevo rivolgermi all’Asl. Ho scritto pertanto tre email agli uffici competenti, ma l’addetta mi ha risposto che l’Asl non c’entra nulla e che io devo rivolgermi al Segretariato sociale di competenza. In pratica stanno facendo a scaricabarile. Quindi dal 2018 sono in attesa che qualcuno prenda in carico la mia situazione”.
E ancora non si è capito a chi compete il vostro caso?
“Ho cercato di venire incontro a tutto quello che mi ha chiesto il Tribunale e non nego che anche da parte mia ci possano essere stati errori nel gestire le problematiche, ma non era facile farlo visto che venivamo da situazioni di violenza domestica. Io sono anche caduta in depressione per quello che ho dovuto subire. Ma quando ho visto che la situazione si stava aggravando l’ho presa in mano e ho cercato di proteggere le mie figlie meglio che ho potuto. Ma i miracoli funzionano fino ad un certo punto. Se ci sono delle leggi perché non vengono fatte applicare? Se io ho diritto all’assistenza domiciliare, perché mi viene negata?”.
Attualmente come riesce a gestire il tutto?
“Molto male, perché i soldi che guadagno non mi bastano per fare fronte a tutto. Devo dare da mangiare alle mie figlie, pagare le bollette, la psicoterapia mi costa 50 euro a seduta. L’assistente domiciliare aiuterebbe le bambine ad interagire con il mondo avendo loro seri problemi a relazionarsi con gli altri. La piccola inoltre da sei mesi sta facendo una cura ormonale e quindi capisce bene quanto la situazione si sia complicata e sia difficile da gestire. Gli assistenti sociali del Tribunale invece di aiutarmi mi hanno reso la vita più difficile. Se non avessi avuto la possibilità di assumere e pagare due avvocati non so proprio come sarebbe andata a finire. Ho speso 6mila euro per poter tenere le mie figlie con me e mi sento rispondere che non ci sono i soldi per assicurarmi l’assistenza domiciliare. Lo psichiatra lo pago di tasca mia perché la cura farmacologica che sta seguendo la maggiore va monitorata costantemente”.
Ancora non si è capito dunque chi deve provvedere e in che modo?
“La relazione che riguarda la piccola, e che ovviamento ho pagato io, richiede espressamente l’assistenza domiciliare con l’aggiunta di un tutor. L’assistente domiciliare serve per aiutarla nell’igiene personale visto che mia figlia fino a poco tempo fa non era in grado nemmeno di lavarsi da sola e ancora oggi non sa allacciarsi nemmeno le scarpe; il tutor invece deve aiutarla nell’apprendimento. Io non ho ancora capito di chi sia la competenza, se dell’Asl o del Segretariato sociale. A me risulta che la competenza sia in capo al Segretariato sociale, quindi al Municipio. C’è una cooperativa dove lavoro che vorrebbe mandarmi l’assistente domiciliare se il Comune fosse disposto a dare un contributo, ma mi rispondono che non hanno i fondi. Ma possibile che non si trovano questi soldi?”.
Proviamo a lanciare un appello?
“Io sono obbligata a lavorare perché sennò non ce la faccio a tirare avanti, ma ho bisogno del supporto di figure specializzate. Chiedo un contributo che possa aiutare le mie figlie a crescere. Oggi sono delle bambine, ma se nessuno interviene, quando cresceranno avranno problemi molto più gravi. Hanno entrambe la 104 e prendono 297, 50 euro al mese, che non vale però come invalidità ma come indennità di frequenza. Nei mesi di giugno, luglio, agosto, i soldi non mi vengono nemmeno erogati e devo pagare le psicoterapie di tasca mia. Quando la maggiore che soffre di disturbo bipolare è nella fase negativa, diventa aggressiva perché di fatto si trasforma in un’altra persona. In pratica è angelo o demone a seconda dei momenti, quindi quando entra nella sfera negativa deve essere aiutata ad uscirne con i farmaci. Farmaci che non sono purtroppo innocui visto che vengono solitamente somministrati ai maggiorenni proprio perché sono molto forti. Non a caso ha iniziato a soffrire di tachicardia e mi sono dovuta pagare privatamente anche le visite cardiologiche. Mi devono dire, Regione e Comune, a chi devo rivolgermi per avere ascolto, non è possibile che dal 2018 nessuno mi abbia dato risposte”.
Intanto non resta che resistere?
“Ed è quello che faccio per il bene delle mie figlie, ma da sola non ce la faccio. Sfido chiunque a non cadere in depressione. Io non ho mai alzato le mani sulle mie bambine, neanche nei momenti peggiori. Le assicuro che non è facile portare avanti una figlia con disturbo bipolare e l’altra con deficit intellettivo. Fortunatamente a scuola hanno sia l’Oepa, l’operatore educativo per l’autonomia e la comunicazione, sia il docente di sostegno. Ma ho dovuto lottare anche per questo. Ma la cosa peggiore è essermi sentita dire che potevo perdere la genitorialità, questa è una cosa che non auguro a nessuno di vivere. Ho dovuto sborsare seimila euro per vincere la causa e tenerle con me. Mi sono sentita dire le cose peggiori. Il giudice mi ha accusato di non essere una brava madre, di aver cacciato da casa il padre delle mie figlie, nonostante tutto quello che ha fatto passare a me e alle bambine. Ci sono i centri antiviolenza cui ci siamo rivolti che possono confermarlo. Ma io non mi sono arresa e ho lottato”.
Cosa chiede in conclusione?
“La mia seconda figlia dovrebbe stare in un centro riabilitativo perché le sue condizioni sono critiche, aggravate adesso dalle punture che sta facendo per la cura ormonale e che le stanno facendo cadere i capelli. Capisce bene cosa può significare una cosa simile per una bambina? Come spiegarle quello che le sta capitando? Lei si trova in quarta elementare, ha dieci anni e si sente purtroppo diversa perché non studia come i suoi compagni. Se nessuno mi aiuta le mie figlie saranno considerate un domani delle handicappate. Non è semplice uscirne. Esistono figure specializzate preposte proprio a sostenere i minori in condizioni di fragilità per fare in modo che possano migliorare nel loro percorso di crescita. Le mie figlie sono invece abbandonate, devo farmi io carico di tutto, ma non posso sostituirmi a chi ha le competenze e gli strumenti idonei per aiutarle. Non voglio che le mie figlie un domani debbano vivere una condizione di esclusione sociale e discriminazione. Ma se chi di dovere non si occupa di loro, non riusciranno mai ad essere inserite e a superare i loro problemi. Mandatemi professionisti in grado di aiutarmi, ne ho diritto, perché nessuno mi ascolta?”.




Qualcuno di buon cuore aiuti la signora grazie